Dalla voce di
Marco Massarotti
“Ho incontrato il più miserabile dei gatti”
da Gin&Genio

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Intervista:

Paolo Di Vincenzo
intervista Dan Fante

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Gin&Genio
  • Descrizione[+]
    GIN&GENIO (titolo originale: A gin-pissing-raw-meat-dual-carburetor-V8-son-of-a-bitch from Los Angeles) raccoglie una selezione di poesie scritte da Dan Fante nell’arco di quasi vent’anni. Si tratta di un omaggio, tra il tenero e l’incazzato, alla memoria di Nicholas Fante, fratello maggiore di Dan, vittima dell'alcol. È un appello a non buttarsi via, a non sprecare il talento. Un messaggio di speranza da parte di chi, non solo è sopravvissuto all’inferno, ma ne ha fatto scrittura viva, ruvida di scomode verità. Nei suoi versi Fante jr racconta di una Los Angeles detestata e amata e di un’Italia che a tratti lo commuove, a tratti lo esaspera. Scrive di donne che gli hanno rovinato la vita, di buchi neri dovuti al gin e alla droga, di pensieri ossessivi e di sesso malato. Scorrendo le pagine ci s’imbatte a più riprese nel fantasma di John Fante. Il rumore dei tasti della vecchia Smith Corona del padre è per Dan un monito a non rinunciare, a credere nella scrittura come unica via. Fante ha dalla sua la rabbia e la disperazione come motori e stimoli alla creazione, ma non solo. C’è la fede, tutta laica, in un disegno superiore, in una spiritualità non sconnessa dal mondo.
    Dan Fante poeta oscilla, nelle tematiche e nello stile, tra i risvolti crudi e quelli morbidi della vita. L’ironia bonaria non rende mai patetico il racconto della sofferenza. Lo slang sposa i non rari voli lirici. Ne nascono immagini vivide, palpabili, quasi familiari talmente sono dirette. Quello che Fante spruzza in faccia al lettore è un inchiostro grondante onestà. È un mettersi a nudo che quasi toglie il fiato. Che spiazza. GIN&GENIO è l’altra faccia della poesia. Quella che intinge la penna nelle viscere, nelle budella. Quella senza maschera. Quella vera.
  • Dettagli[+]
    Collana:
    Formato:
    Contenuto:
    Nota di rilievo:
    Pagine:
    Data di pubblicazione:
    ISBN:
    ISBN-A:
    Prezzo:
    The Raven (poesia)
    15 x 21 cm
    testo e immagini (bianco e nero)
    una poesia autografa dell'autore
    160
    13 maggio 2013
    978-88-98487-00-4
    10.978.8898487/004
    15,00 €
    Traduzione:
    Gabriella Montanari
    Cover&Book design:
    Prima edizione italiana
    Gionata Chierici
    Titolo dell’edizione originale:
    “A gin-pissing-raw-meat-dual-
    carburator-V8-son-of-a-bitch
    from Los Angeles”, 2002

    edizioni Sun Dog Press, USA.
  • Zoom copertina[+]
  • Sfoglia[+]
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Per saperne di più:
  • Pensieri e parole di...[+]
    • Joyce Fante[+]
      "Fante taglia intere fette di vita vissuta e ce le sbatte sotto il naso. Qui, il dolore e l'autoderisione sono gli utensili dello scrittore. Apre e svela il suo cuore con la delicatezza di un martello o di un piede di porco."
    • Ben Pleasants[+]
      "Incontrai Dan Fante per la prima volta a casa di suo padre, verso la fine degli anni Settanta, quando scrivevo un pezzo per il Los Angeles Times Book Review.
      - Sta cercando di diventare scrittore - mi disse John Fante. Annuii con il capo, anche se non poteva vedermi.
      L'ultima volta che ho incontrato Dan Fante era al funerale di suo padre. L'ho rivisto di recente e ho letto i suoi libri e - Ci tengo a dirti, John, che non devi preoccuparti. Tuo figlio è un fottuto scrittore. Puoi essere fiero di lui. Adesso il suo cognome gli appartiene - ".
    • Gabriella Montanari[+]
      "La lettura sta per cominciare. Troppa gente per la libreria. Ci fanno spostare in un’autorimessa adiacente. Una scenografia trash, improvvisata, con tanto di macchine scoperchiate e macchie d’olio sul pavimento di cemento. Cinque minuti per il servizio fotografico. Dan posa tra le carrozzerie ammaccate con una chiave inglese in mano. Poi inizia a leggere alcune poesie tratte da “A Gin pissing...”. La voce ferma, senza enfasi, un’emozione rossa sulle guance. Fuori un cane abbaia, quasi a strozzarsi. Dan sorride. Il pubblico ride di gusto. Li ha già in pugno.
      Pausa. Fante si toglie cappello e occhiali. Incrocia le braccia dietro la testa. Sembra caduto in meditazione, come un bonzo. O abbioccato, come Yoda. È il suo modo per prepararsi a parare una pioggia di domande."
  • Estratti da GIN&GENIO[+]
    • Ho incontrato il più miserabile dei gatti[+]
      Ho incontrato il più miserabile dei gatti
      un bastardo affamato
      mentre leggevo
      su una panchina
      e mi accendevo una Lucky dopo l'altra
      sulla spiaggia di Venice

      Mi ha visto e si è fatto avanti
      bianco
      sudicio
      un occhio verde
      l'altro giallo
      e uno squarcio ancora fresco sull'orecchia sfregiata

      Arrabbiato come un lupo ferito
      si teneva a distanza
      con l'aria di dire, dammi da mangiare
      o levati dalle palle
      su questa panchina sei nel mio territorio

      Quel che non sapeva è che anch'io conosco la disperazione
      e la pazzia
      e quello che possono farti il vuoto la solitudine e la rabbia quando in tasca hai solo la tua sofferenza e come casa una Pontiac del '78 scassata piantata in un vicolo di West L.A. e quella voce in testa che ti accoltella e ti uccide ogni giorno un po' di più e tu ti svegli e bevi ancora di quel vinaccio che sa di piscia di topo per sottrarti alla follia in agguato e dio diventa un tipo che esce da un 7-Eleven e ti sgancia qualche spicciolo per un altro cazzo di bottiglia e la paura è il più bel sentimento che provi e l'amore è morto e il tempo è morto e persino i tuoi occhi puzzano e le tue budella sono gonfie delle urla di tutti quelli che odi e l'unico rimedio sta nel piccolo miracolo di buttare giù un altro bicchiere

      Il misero gatto bianco non sapeva che siamo fatti

      della stessa stoffa

      l'unica differenza tra noi

      sono dieci anni
      e una macchina da scrivere

    • Scrivere[+]
      Scrivere
      il genere di roba che scrivo
      vi assicura una reputazione da maniaco drogato
      perfido perverso e ripugnante
      nonché pazzo alcolizzato

      Beh, non è il caso di farne una questione di stile

      Ho inzuppato il mio biscotto
      in qualunque cosa umida
      in orifizi orali e non orali
      mi sono felicemente accoppiato tanto con l'uomo
      quanto con la bestia
      mi hanno dato del tossicomane, malato di mente,
      schizzoide, asociale
      con una punta di depressione clinica
      poi
      ho devastato gli amici i nemici e le loro mogli
      oltre che
      rubato
      mentito
      imbrogliato
      e sottratto
      tutto ciò che potesse soddisfare
      le mie voglie

      Quindi, sbattuto in galera, tra calci e urli,
      dal Texas alle Tombs di New York
      ho tentato svariate volte di farla finita
      privo di sensi
      o nel pieno delle facoltà, una pistola
      o una lametta in mano

      Sono qui per dirvi
      che ero proprio io

      un quadro di vita vissuta da buffone
      al suono di campanelli e fischietti
      il mio piccolo viaggio personale in cerca di Dio

      Allora indovinate un po'
      – e qui casca l'asino –

      ne è veramente valsa la pena

    • Per anni[+]
      Per anni
      mi sono riempito la testa di bourbon
      per far tacere le voci

      poi è venuto il momento di dare un taglio netto all’alcol
      o di tirare le cuoia

      Certi giorni era talmente dura
      che dovevo impacchettare le mie cianfrusaglie
      a metà mattina
      dire che ero malato
      e lasciare il mio lavoro di venditore telefonico
      appena trenta secondi prima di far fuori qualcuno

      Mi fermavo a comprare due Big Mac,
      affittavo un paio di cassette porno
      rientravo a casa
      tiravo le tende
      e mi facevo una sega in un pezzo di carne cruda
      sperando di azzittire tutto quel rumore

      Passavo ore davanti alla TV,
      leggevo romanzi da 800 pagine e non rispondevo al telefono
      per giorni interi
      senza farmi la barba né lavare i piatti
      o cambiarmi le mutande
      dovevo solo restare a galla

      Oggi
      va meglio

      e sono passato a Burger King

  • Recensioni[+]
    • Gin & genio, le poesie di Dan Fante - Paolo Di Vincenzo[+]
      Taxi puzzolenti a New York, donne e debiti, bourbon e il fantasma del vecchio, Point Dume e una famiglia ingombrante. Il mondo poetico e letterario di Dan Fante è sempre contiguo a quello reale. Figlio d’arte, il papà è quel gigante che risponde al nome di John, Fante junior viene riproposto in Italia con una raccolta di poesie, “Gin & genio”, appena pubblicata dalla nuova casa editrice Whitefly press (160 pagine, 15 euro). La traduzione dall’americano è di Gabriella Montanari, anche direttrice editoriale della Whitefly press.
      “Nonostante l’alcol, la droga, la miseria e la disperazione, Dan Fante”, si legge nella seconda di copertina a firma Fernanda Pivano, “ha conservato la purezza d’animo del padre e attraverso la sua poesia ci racconta splendide storie”.
      Sì, sono splendide le storie di Dan, e non solo perché lo diceva la Pivano. Talvolta racchiuse in poche righe come queste: “Quando penso a papà - oggi / oggi che è davvero famoso / e la gente finalmente dice di lui / quello che lui già sapeva / e diceva a tutti trent’anni fa / mi rendo conto che non ha mai dubitato del suo genio / che la sua rabbia e le sue amarezze / erano guerre contro la vita / piccole esplosioni nucleari non rivelate / un modo per marcare il territorio / Per papà non faceva differenza / La vita era una gran puttana”.
      La famiglia, il padre John, il fratello Nick (genio della Nasa, morto investito come un cane, mentre ubriaco barcollava in strada), la madre Joyce Smart (nome e cognome tutto un programma), e poi la casa a forma di Y di Point Dume, vicino Los Angeles, e la vita esagerata, tra eccessi di ogni tipo, sono il corollario di una poesia under, under, underground. “L’unica cosa che so”, scrive Dan Fante nella poesia dedicata al fratello Nicholas Joseph, “è che eri pieno di gin e di genio / miserabile, triste e con un carattere di merda”.
      Il titolo di questa raccolta spiega bene la sensazione di trovarsi di fronte a un grande autore che, come tutti i grandi, non crede mai fino in fondo alla sua arte, e confessa spesso nei versi tutti i suoi dubbi: ci si trova davanti a un genio, ma c’è bisogno di un po’ di gin.

      Paolo Di Vincenzo
      Articolo pubblicato anche nei seguenti siti:

      http://www.i-italy.org/node/36277 USA

      http://www.fattitaliani.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=1126%3Agin--genio-le-liriche-di-dan-fante-la-recensione&Itemid=201

      http://www.unmondoditaliani.com/gin--genio-le-liriche-di-dan-fante-20130625.htm

      http://www.giornaledimontesilvano.com/cultura/34-cultura/20041-gin-a-genio-le-liriche-di-dan-fante.html

      http://comunicazioneinform.blogspot.it/2013/06/gin-genio-le-liriche-di-dan-fante.html

      http://www.inabruzzo.com/?p=170958

      http://www.chietiscalo.it/rubriche/consigli-per-una-buona-lettura/21139-gin-a-genio-le-liriche-di-dan-fante.html

      http://www.abruzzoquotidiano.it/cultura/2013/06/25/in-italia-arriva-gin-genio-raccolta-di-poesie-di-dan-fante.html

      http://www.improntalaquila.org/2013/gingenio-le-liriche-di-dan-fante-61131.html

      http://www.abruzzopopolare.it/cultura/46-storia-e-cultura/8087-gin-a-genio-le-liriche-di-dan-fante.html

      http://www.seguilanotizia.it/cultura-e-spettacoli/1544-le-poesie-di-dan-fante-in-gin-genio.html

      http://www.notiziedabruzzo.it/spettacolo-abruzzo/gin-e-genio-il-nuovo-libro-di-dan-fante.html#.UctLuzvxocc

      http://www.abruzzoservito.it/gin-genio-ecco-le-poesie-di-dan-fante/
    • DAN FANTE - GIN & GENIO - Salvatore Sblando[+]
      Ho sempre pensato che i testi tradotti dalla lingua originale, soprattutto quando si tratta di poesia, perdessero parte della potenza data dalla unicità del linguaggio in versi.
      Metafore, rime, scrittura in metrica, spesso risultano di difficile trasposizione durante la fase di traduzione.
      Fino a quando non mi sono imbattuto nell’ultimo libro di Dan Fante “Gin & genio” (titolo originale: “A gin-pissing-raw-meat-dual-carburator-V8-son-of-a-bitch from Los Angeles”).
      Una raccolta, quella del figlio del celebre scrittore americano John Fante, -tradotta per i tipi della Whitefly press edizioni dalla Direttrice editoriale Gabriella Montanari- che non necessita di trasposizioni di metrica, in quanto si tratta di una scrittura in verso libero ma a cui certo occorre trasporre, la carica visionaria e paradossalmente realistica della poetica di Dan Fante.
      Un lavoro di traduzione fatto in maniera minuziosa, incontrando e discutendo con l’autore persino dei vocaboli inventati. Leggendo l’edizione italiana delle WFP edizioni, si entra in un mondo maledetto, illogico e paradossale, dove l’assurdo nella vita riesce a diventare poesia, riesce a divenire attimo e sprofondo.


      Tutto è improvvisamente –teatro- biglietto omaggio-
      imprevedibile
      orribile
      ridicola
      assurda
      preziosa
      ed
      esaltante


      un’avventura


      so di non valere molto – ma sono quel che penso


      Una purezza, una ordinata casualità e maledizione che trovano nella scrittura poetica logico riparo; perché Dan Fante questo lascia trasparire con i suoi versi. Una continua e spasmodica ricerca di un riparo sicuro così come solo la poesia è in grado di dare.


      Oggi me ne sbatto se mi tira o meno
      non mi aspetto niente in cambio
      puoi amarmi, non amarmi
      perché –vedi
      ci sono voluti trent’anni
      ma quelle voci –la mia follia- si sono azzittite
      e
      mi è stato concesso il dono
      di un barlume
      di
      lucidità


      Un riparo certo, una protezione sicura dagli eccessi della sua vita, ma anche da una poesia accomodante che fa apparire l’esistenza, solo un ritrovo per sentimenti puri.
      Ed invece in Dan Fante, naturale prosecutore della lezione poetica di Bukowsky, troviamo pane per i denti degli estimatori della lirica senza zucchero, capace nonostante ciò di parlare al cuore più oscuro del lettore.


      Dire ti amo non era ancora cosa da poco
      per me
      niente di frivolo
      un sacco di trombe e di gong hanno taciuto
      e tante guerre… e anni
      sono passati
      in cui l’alcol e la dipendenza mi hanno guidato
      ossessionato
      e anche esonerato
      dall’equilibrio mentale
      e dalla ragionevolezza


      Anche la scelta del carattere utilizzato nella edizione italiana curata da Whitefly press, ricorda molto quello delle macchine da scrivere e lo si può immaginare Dan, mentre compone il suo ennesimo atto alla vita e poi cancella, e poi strappa e poi carica nuovamente il foglio.


      Quando penso a papà –oggi
      oggi che è davvero famoso
      e la gente finalmente dice di lui
      quello che lui già sapeva
      e diceva a tutti trent’anni fa


      mi rendo conto che non ha mai dubitato del suo genio
      che la sua rabbia e le sue amarezze
      erano guerre contro la vita


      piccole esplosioni nucleari non rivelate –
      un modo per marcare il territorio


      Per papà non faceva differenza


      La vita era una gran puttana


      Di seguito infine, per gli amanti dei testi in lingua originale, tre poesie di Dan Fante, tratte dalla raccolta “Gin & genio” in inglese (USA), gentilmente concessi dalla Whitefly Press edizioni.

    • Gin & Genio di Dan Fante - Adriana Gloria Marigo[+]
      “L’arte ha le sue ricompense…” scrive Dan Fante verso la fine della raccolta poetica Gin & Genio pubblicata in traduzione italiana per i tipi di WhiteFly Press – nuovissima casa editrice ravennate che ha in Gabriella Montanari la fondatrice di una visione innovativa nella scelta dei testi e nella conduzione del progetto editoriale -, il maggio appena trascorso.

      Il verso di pag. 124 consegna al lettore – quando nella composizione del libro, che raccoglie poesie scelte lungo l’arco di tempo sufficientemente flesso a introdurci alla conquista di una sanatoria nella vicenda umana dell’autore, compare la certa consapevolezza della risalita dagli Inferi – la valenza maieutica, catartica di Poesia, pur non disdegnando il tono irrisorio, derisorio, che il poeta non trascura né verso se stesso, né verso il mondo tutto, natura compresa: omaggio dovuto, sottolineatura importante a confermare l’arte tutta – nel particolare, Poesia – quale messaggera di orizzonte più ampio e non asservito e quale curatrice medicale delle cadute verso o dentro precipizi, voragini, baratri.

      Dunque, come nelle migliori stesure di certa narrativa più in voga nell’ottocento, dove nelle ultime pagine si perviene alla conclusione che lascia emergere un valore consolatorio, didattico, morale – o, più semplicemente, il narrato rispetta la divisione nelle tre sezioni tipiche di introduzione, corpo, conclusione della storia in questione -, Gin & Genio si snoda come un romanzo di memorie assolutamente personali, vissute fin dentro la devastazione, la combustione, abbandonato l’io ai mostri che – come vermi rimestano arieggiando la terra o draghi sputano fuoco sciogliendo in ceneri cariche di carbonati e ossidi –, nel potere dell’incubo, aprono il sé alla visione di una qualche flebile luce che da un certo punto in avanti si intensifica, lanciando bagliori verso l’uscita – Le voci che mi divorano il cervello/o che mi salvano da me stesso/stanno gridando/ proprio adesso// – pag. 22.

      Il libro ci trascina dentro un tempo trascorso pericolosamente: il titolo della raccolta gioca foneticamente su due termini che hanno comune radice etimologica e rimandano a simbologie condivise nella misura di una entità soprannaturale (lo spirito-alcool del gin, il genio-spirito della lampada nella tradizione araba) dal carattere maligno nascosto sotto l’apparenza della protezione – Per anni/mi sono riempito la testa di bourbon/per far tacere le voci// – pag. 101 e che ha come liberazione e purificazione il fuoco della Gehenna per cui il poeta scrive – Perché io/così speciale/da esser stato/toccato/dalla mano di Dio// – pag. 86.

      Dan Fante si sottopone al lettore da una scrittura che onora il verso lungo, libero, in un ritmo sciolto, narrativo, dimentico di endecasillabi ottonari settenari, ancor più dimentico di canone rimico, così da realizzarsi in una espressione poetica intrisa di realismo, poiché il linguaggio – impiego di parole comuni, quotidiane, degradate – è il mezzo per la creazione di poesia dalla quale emerge una onestà, una innocenza umana e intellettuale cui urge dichiarare – e in questo è in nuce il compito salvifico della sua cifra poetica – che all’inizio, al tempo dei tempi del suo essere – Vivo/ a nudo/esposto al magnetismo della morte e della vita/ogni singolo istante// – pag. 22 c’è – …un falso//niente che sfiori l’autentica risonanza/che hanno nel mio cuore/l’amore, la sofferenza, il sangue/che causiamo agli altri/e la fragranza/vera/di te//- pag.28.

      La cura che alla lettura chiede la poesia “da maledetti” è al contempo fatica e compenso: in sinergia ci informano che nella stagione ampia e declinata dei poeti e narratori americani del dopoguerra – a cominciare da quelli definiti “beat generation”, passando attraverso il nome di Bukowski e altri del “realismo sporco”– esiste un grumo non lirico, che tuttavia consente di inoltrarci nelle stanze del sentimento, dello stupore più autentico, dell’unione con lo spirito, elevandosi dall’ordinario discinto che pervade l’argomento della scrittura – Poi mi sono arrampicato/e ho pisciato nella vasca vuota/quando ho finito ho rimesso dentro l’uccello/tirato su la cerniera/ – pag.73 a testimonianza che, oltre l’immediato visibile udibile frequentabile depauperante per alienazione e sottrazione d’affetti – Il bambino del piano di sopra/appartamento D/piange/urla ai muri e fuori dalla finestra/una sfilza infinita di sillabe di sopravvivenza/che/nessuno tranne lui potrà mai decifrare// – pag.106, insiste una realtà altra: quella che si innesta sulla tracimazione dell’io, lo smarrimento perturbato del sé e che un giorno prende la forza del consistere in un quotidiano di cui Dan Fante può scrivere – ma ho scoperto la simmetria/l’ordine/l’energia pura/le stelle fiduciose nella loro ragion d’essere/e i termini della perfetta equazione della vita/equilibrio/nascita/e/morte// – pag.86.


      Articolo pubblicato su L'Estroverso (periodico culturale) il 12 settembre 2013
    • Aspetta primavera, Firenze (nei versi dell’altro Fante). Dan, figlio di John, e le sue poesie sulla città - Ludovica Valentina Zarrilli[+]
      Si può trovare del Freetoz nei supermercati di Firenze/del sapone Dove/degli scanner
      elettronici/e delle cassiere che ti ringhiano addosso/e che se ne sbattono altamente/proprio come a LA.
      È una Firenze arrogante e ruvida, lontana mille miglia dalle dolci colline e dalla culla del Rinascimento quella che viene fuori dai versi di Dan Fante.
      Figlio del John di Chiedi alla Polvere e Aspetta Primavera, Bandini, Dan Fante ha appena dato alle stampe una raccolta di poesie, intitolata Gin&Genio, ed edita dalla neonata casa editrice Whitefly press (155 pagine, 15 euro), un viaggio catartico tra la West coast e l’Italia dei suoi avi, percorsa su e giù, con alcuni passaggi dedicati alla nostra città dai toni aspri, di chi l’ha vissuta con gli occhi aperti e senza l’incanto del turista, tra incontri, stream of consciuosness e «fotografie» molto poco patinate. Fante junior, i primi quarant’anni di vita spesi tra lavori saltuari (tassista, portiere di notte,venditore telefonico, investigatore), alcol, droga e matrimoni falliti, aveva un tarlo, quello della scrittura, che gli rodeva dentro anche quando sembrava che proprio non ce la facesse più. Un tarlo che ha continuato a lavorare fino a quando non è riuscito ad averla vinta e a salvare, in un certo senso, la pellaccia e il sangue italo-americano di un dago (così venivano chiamati gli italiani emigrati negli States) a metà.
      A 45 anni (ora ne ha 69) ha pubblicato il suo primo romanzo, poi ne è arrivato un altro, un altro e un altro ancora. Si narra che un bel giorno il vecchio John disse al figlio «Un buon romanzo può cambiare il mondo. Tienilo ben presente quando ti metti davanti ad una macchina da scrivere. Non sprecare tempo in qualcosa in cui non credi neanche tu». E deve essere andata così. Ad un certo punto il secondogenito dello scrittore di Arturo Bandini ha cominciato a crederci davvero. «È successo con Agganci (il secondo romanzo, ndr), da quel momento ho iniziato a pensare che quello che scrivevo fosse importante». Gin e Genio è il sesto libro tradotto in italiano, la prima raccolta di poesie. Una raccolta in cui il padre è sempre molto presente. Un fantasma che aleggia tra le pagine, al quale sembra sempre che l’autore voglia dimostrare qualcosa. O che voglia ringraziare per qualcosa. Ma d’altronde, quella dei Fante, è un’epopea di rapporti conflittuali con la figura paterna che si tramanda di generazione in generazione, che era (ed è, nel caso di Dan), musa e al tempo stesso giudice spietatissimo, al quale ci si rivolge sempre con astio e rispetto, amore e collera. Figura ingombrante e scintilla della vena creativa. Dove la creazione diventa quasi ripicca.
      John aveva il suo alter ego in Arturo Bandini, Dan lo ha battezzato Bruno Dante. Le storie sono diverse, le epoche sono diverse, persino la lirica è agli antipodi,ma i personaggi sono quelli di una saga familiare che non sembra esaurirsi. Nemmeno quando Dan arriva sulle rive dell’Arno. La storia continua, il rapporto di amore-odio per l’Italia (che nel frattempo si è trasformato in amore e basta, una volta smaltito l’astio da immigrato-intruso che alimentava i sentimenti del padre) si rinnova ogni volta che Dan mette piede nel Bel Paese. «Malibù non è poi così distante — sorride —. Mi basta chiudere gli occhi per essere qui. Mi sento a casa quando sono in Italia, qui ci sono le mie radici, qui è nata la mia famiglia». E si sente talmente a casa da riuscire a percepire cose visibili solo chi vive in certi luoghi, come la sciatteria e la quotidianità insulsa che può far parte anche della vita di chi vive all’ombra del campanile di Giotto.
      Le poesie sono lucide, scevre, aspre. Chissà come ne avrebbe pensato John. Quel che è certo è che Bandini lo avrebbe amato. Avrebbe pensato «Hey, avete un grande scrittore davanti a voi».


      Tratto dal quotidiano Corriere Fiorentino - Domenica 1 Settembre 2013
    • Un sorso di gin sulle colline toscane - Ludovica Valentina Zarrilli[+]
      Dopo la calura nella libreria di Firenze / dove, in occasione della lettura, non c’era l’ombra di uno dei miei libri / e dopo una corsa pazza giù per le colline grondanti della Toscana / In quella quiete improvvisa e ininterrotta / come ragni arrampicati su un vecchio muro tiepido / ci sedemmo / Io per una volta senza parole / bambino e vecchio davanti alla tua bellezza / fumavo / lasciando che la notte suonasse la sua melodia / Dimenticavo ogni cosa / tranne le sincopi del silenzio / e l’inattesa dolcezza del tuo sorriso

      È una Toscana vista con occhi diversi, incantati ma rabbiosi, quella che trasuda dai versi di Dan Fante, romanziere e poeta americano, figlio dello scrittore John, che ha appena dato alle stampe Gin & Genio (160 pagg, 15 euro), raccolta di poesie tradotta in italiano ed edita da White fly press, neonata casa editrice che comincia coraggiosamente il suo percorso proprio dall’opera di Fante. Anima molto complessa, il poeta dedica la raccolta al fratello maggiore Nicholas, vittima dell’alcol. Un omaggio, sorta di stream of consciuosness vissuto a metà strada tra l’Italia e la costa orientale degli Stati Uniti - dove la famiglia Fante risiede - che invita a prendersi cura della propria vita, a non sprecare occasioni importanti e talento, a non lasciarsi sopraffare dalle situazioni. Consigli, palpitazioni e apprensioni di un fratello minore, vengono rovesciate sulla carta con un linguaggio secco, crudo, colloquiale così come secco e crudo è il rapporto che lo scrittore ha con Los Angeles, città amata e odiata dall’anima immensa e molteplice. È da lì, da una spiaggia sull’oceano, da rocce, cemento e insegne al neon, che questo viaggio-dedica comincia, per arrivare fino in Italia, terra d’origine della famiglia Fante (chi non ricorda i racconti dell’alter ego di Fante senior, Arturo Bandini, e della sua famiglia di italo-americani?) che l’autore attraversa con curiosità, rimanendone talvolta commosso, tal altra esasperato. Tra i tanti luoghi - quelli più strettamente legati alla famiglia si trovano in Abruzzo - c’è anche la Toscana, che Fante racconta con un pathos inedito, distante dalle mielose sviolinate a cui è abituata la terra dei Medici. Ma i versi non si fermano al bel Paese. Si parla di ossessioni e di donne. Di droghe e di dipendenze (come il gin del titolo), di sesso malato e di un rapporto conflittuale col celebre genitore, presenza quasi costante. Una full immersion nell’opera dell’autore, che questa raccolta incazzata di versi, riesce a racchiudere e sintetizzare, come in una sorta di summa della poetica danfantiana. Un inchiostro grondante onestà intellettuale - così lo definisce la madrina della White fly press, Gabriella Montanari - lo stesso inchiostro che tante e tante lettere ha visto battere sulla sua vecchia macchina da scrivere, una Smith Corona da cui non riesce a separarsi. Speriamo per molto tempo ancora.



      Tratto dalla rivista Toscana&Chianti News - Anno XXII numero 6 - Settembre 2013
      www.toscanaechiantinews.com

      foto di Mario Sabatini
    • Una lettura di “GIN & GENIO” di DAN FANTE – Francesco Palmieri[+]
      Dan Fante, dopo essersi affermato come romanziere, arriva in Italia con le sue poesie, quelle della raccolta “GIN & GENIO” edita dalla neonata, e in questo caso coraggiosa, WhiteFly Press. L'aggettivo 'coraggiosa' ha una sua piena giustificazione: ed è la cifra poetica, lo stile espressivo di Dan, un'anomalia nel panorama della poesia italiana se appena si corre col pensiero a due nomi illustri che ci hanno abbandonato da poco: Luzi, Sanguineti; e l'impressione di dissonanza non viene meno, pure se si scorre mentalmente l'archivio degli ancora viventi. Questo perché Dan Fante è un poeta americano, un figlio bastardo della dimensione metropolitana statunitense, un taxi driver allucinato e folle, ex beone, ex tossicodipendente, ex ospite di qualche cella newyorkese o californiana, pluridivorziato e pluriabbandonato, con addosso tutto il peso della notorietà internazionale del padre John Fante, un sopravvissuto salvato dalla morte certa per alcool o droga o tentativi di suicidio non riusciti, e solo perché nei momenti di disperazione più estrema, di solitudine più claustrofobica, gli è parso di vedere “Dio/di sfuggita”. Dio o persino l'attimo epifanico e salvifico di quella “passione pura” provata davanti alla visione degli Iris di Vincent (Van Gogh) “in una vetrina ad un semaforo lungo Wilshire Buolevard” (p. 58). L'anomalia di Fante non sta nei contenuti che formalizza in versi; come afferma Ben Pleasants nella presentazione, l'Autore è figlio naturale di Los Angeles e di scrittori come Nat West, John Fante, Raymond Chandler e Charles Bukowski, autori che sia in prosa che in poesia hanno evitato come la peste la tentazione di mistificare linguisticamente la cruda violenza del reale di cui sono stati testimoni, la spietata voracità antropofaga della dimensione esistenziale megalopolita, attraverso l'opportunismo di una lingua sublimata e ufficiale, la frase ortograficamente truccata, il politically correct, la metafora purificatrice di quella corruzione e perdizione che pure dimorava e dimora al di là dell'immagine patinata e cinematografica di Hollywood o Manhattan. E l'anomalia di Dan, ancora di più nel panorama contemporaneo della poesia italiana, è proprio il suo linguaggio, la sua lingua poetica d'elezione che, estratta a sangue e lacrime dalla realtà, fatta quasi tautologicamente di cose e oggettività, sfugge non solo al “gusto” cui è abituato il lettore di poesia nostrana, ma anche alle tradizionali categorie della critica formale ancora oggi intenta a disquisire fra poesia e non poesia, lirica alta e poeticità del linguaggio prosastico o quotidiano. E questo perché in Italia non si può dire che vi sia stata una beat generation di scrittori, una genia di “poeti maledetti” tanto folta da rinnovare sia la retorica che il linguaggio poetico, innestato fortemente sul tronco della tradizione lirica novecentesca. Tuttavia Dan Fante è anche un poeta “confessionale” e intimista; ci racconta se stesso in vent'anni di poesie, si presenta senza belletto, deformazioni estetizzanti; non ha il timore di dichiararsi “un cazzone”; lancia il suo “howl” rabbioso eppure innocente come il pianto di un bambino che gli “ricorda/che l'unica cosa che volevo/nelle notti più nere/e nei giorni più insensati//...//era riempire il cielo/della mia/voce.” (p.106). L'Autore è un poeta che si è visto “morire lentamente” nel corso di un tempo biografico lungo vent'anni, che ha visto e vissuto l'inferno di una condizione marginale e anomica in compagnia di demoni distruttivi, di “pensieri squadriglia di morte”, a un passo dalla caduta irreversibile nel nulla della spersonalizzazione assoluta di sé; e così sarebbe stato se nel profondo di se stesso non avesse sempre saputo (inconsciamente, ontologicamente) che vivere è “un piccolo viaggio personale in cerca di Dio”; e non importa se si tratta di un Dio che assume il volto rimpianto del fratello suicida o della madre che rimane l'unica persona che sta sempre ad ascoltarlo o della visita improvvisa del fantasma di papà John, e persino di “un paio di tette perfette”, di una canzone - “Lucille”-, dell'aria salmastra dell'oceano.
      E' sempre Dan Fante, l'uomo sopravvissuto a se stesso, braccato a lungo da un nero istinto di morte, solo in mezzo a “4,6 miliardi di persone su questo pianeta”, che risorto -forse rinato-, scrive nella poesia “2002”: “questa rabbia/ guida sempre la mia visione delle cose/ed esige che vada dritto di testa contro la vita/ come un idiota/in cerca di/una/fiamma/ pura/e bianca.” (p. 138). E' Dan Fante che pur se donchisciottescamente si attacca alla scrittura e non più alla bottiglia, per raccontarci che aveva nel cuore -idiota- l'Utopia di un Mondo Diverso che non vide e che forse ancora non ha visto. E noi, o tanti di noi, con lui, ancora non abbiamo visto.
    • GIN&GENIO - Leonardo Folla[+]
      GIN&GENIO

      Non è che abbia mai provato particolare simpatia per gli americani. Anzi, son proprio prevenuto. Mi irritano. Li giudico, addirittura (pensa!), inferiori.
      Alla fine, son razzista. Li ho sempre trovati stupidi. Ridono a 60 denti quando non c'è un cazzo da ridere; amplificano ma non drammatizzano come i napoletani; la storia l'hanno costruita con le finzioni etc etc etc. Sono truismi, lo so. Niente di vero. Dovrei studiare un po' di più la storia degli americani. Ma non ho voglia. Punto alla disinformazione. Penso sia un meccanismo di difesa dal surplus di informazioni che arrivano da più parti. Ma questa è un'altra storia.
      A cosa serve la poesia? Se serve a domande del genere, che muoia pure.
      Che cos'è la poesia? Di sicuro, è un critico che se lo chiede.
      Conosci la poesia? No.
      "Gli intellettuali esistono, fattene una ragione": sì, sì, d'accordo.
      Ho letto il libro di Dan Fante, figlio di John Fante, quello più famoso di lui.
      Già il fatto di essere figlio di uno famoso, mi ha fatto andare dalla sua parte. Già che parte svantaggiato, son dalla sua.
      Ma queste son cose mie, cose di minoranze e vicinanze a chi non ha potere.
      Senza farla troppo lunga: mi ha commosso. E smosso. Basta questo? No, infatti continuo.
      C'è un'umanità dentro a quest'uomo che commuove anche l'osso del vostro cane.
      C'è dentro il rapporto con il padre, il rapporto storto con l'alcol, il rapporto con se stesso mentre se stesso è solo sesso, il rapporto con se stessi quando si divorzia da se stessi, il bisogno di un cappotto quando si sente freddo anche in estate e le mani degli altri sono solo pietre, l'onnipotenza del riporto sulla testa, l'evitamento del dolore, la puzza del fiato della morte e la consapevolezza di non aver concluso niente, l'avvitamento dei pensieri e il trapano delle voci che ti crei, per non sentirti solo, alla fine. Tu pensa come si complicano le cose.
      C'è il riscatto, soprattutto.
      C'è la possibilità del cambiamento, innanzitutto.
      C'è che, il confine tra ciò che fa star bene e ciò che fa star male, non solo è labile, è proprio limaccioso e stronzo.
      C'è chi va, c'è chi viene. C'è chi, come lui, ha bisogno di sprofondare per risalire. Di scrivere una pagina al giorno come impegno, come medicina, come carezza, come diritto all'esistenza.
      Dan Fante, tu ma provocato, e io te magno.

      Gin & Genio, Ed. WhiteFly Press .
      Prezzo non lo so ché me l'hanno regalato in copia omaggio. E' una marchetta. Sia ben chiaro. Mi commuovo come una macchinetta del caffè all'inserzione di denaro.

      LEONARDO FOLLA
    • Pappagalli e altri animali in USA, poesie da Gin&genio di Dan Fante, Whiteflypress ed. Traduzioni di Gabriella Montanari. - versanteripido.it[+]
      Dan (Daniel Smart) Fante nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore italo-americano John Fante e da Joyce Smart, redattrice e poetessa. Ventenne, abbandona gli studi e la città natale per recarsi a New York dove vivrà, per dodici anni, di espedienti e piccoli lavori (tassista, commesso, venditore al telefono, guardiano di notte, investigatore privato…). Dopo l’alcol, la droga, i guai con la giustizia, i divorzi e la depressione, a quarantacinque anni intraprende la carriera di scrittore.

      È autore di romanzi (Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi), che vedono come protagonista il suo alter-ego Bruno Dante, ma anche di racconti, poesie (Gin&Genio)e commedie (Don Giovanni). Nel 2011, ha pubblicato negli Stati Uniti l’autobiografia Fante: A Family’s Legacy of Writing, Drinking and Surviving. Nel 2013 esce, sempre negli USA, il suo primo giallo, Point Doom.

      Ogni estate visita la cittadina abruzzese di Torricella Peligna da dove, nel 1901, il nonno Nicola (Nick) Fante partì per l’America.
      Insieme alla moglie Ayrin e al figlio Giovanni, vive attualmente a Los Angeles, dove insegna scrittura creativa presso l’Università di U.C.L.A.


      ***

      Ho incontrato il più miserabile dei gatti
      un bastardo affamato
      mentre leggevo
      su una panchina
      e mi accendevo una Lucky dopo l’altra
      sulla spiaggia di Venice

      Mi ha visto e si è fatto avanti
      bianco
      sudicio
      un occhio verde
      l’altro giallo
      e uno squarcio ancora fresco sull’orecchia sfregiata

      Arrabbiato come un lupo ferito
      si teneva a distanza
      con l’aria di dire, dammi da mangiare
      o levati dalle palle
      su questa panchina sei nel mio territorio

      Quel che non sapeva è che anch’io conosco la disperazione e la pazzia e quello che possono farti il vuoto la solitudine e la rabbia quando in tasca hai solo la tua sofferenza
      e come casa una Pontiac del ‘78 scassata piantata in un vicolo di West L.A. e quella voce in testa che ti accoltella e ti uccide ogni giorno un po’ di più e tu ti svegli e bevi ancora di quel vinaccio che sa di piscia di topo per sottrarti alla follia in agguato e dio diventa un tipo che esce da un 7-Eleven e ti sgancia qualche spicciolo per un altro cazzo di bottiglia e la paura è il più bel sentimento che provi e l’amore è morto e il tempo è morto e persino i tuoi occhi puzzano e le tue budella sono gonfie delle urla di tutti quelli che odi e l’unico rimedio sta nel piccolo miracolo di buttare giù un altro bicchiere

      Il misero gatto bianco non sapeva che siamo fatti

      della stessa stoffa

      l’unica differenza tra noi

      sono dieci anni
      e una macchina da scrivere

      ***

      I PAPPAGALLI

      Di nuovo in bolletta
      senza macchina
      e sperando di scroccare un mese a sbafo a Malibù
      ho scoperto che adesso i pappagalli selvatici
      vanno ad accoppiarsi sopra Point Dume
      a Malibù

      Grandi
      scopatori verdi e rumorosi
      che ridevano sugli alberi alti — e mi seguivano
      lungo il litorale
      nel sole pomeridiano oltre l’autostrada
      blaterando le loro stupidaggini
      come un’orchestra caotica che accorda gli strumenti

      Questa volta me ne torno a casa
      con tutti i miei averi in un sacchetto di plastica
      insieme alla macchina da scrivere
      e alla mia passione per il gin

      La mamma ha aperto la porta
      ha sorriso quando mi ha visto
      e
      quella sera abbiamo riso dei pappagalli
      e parlato all’infinito di Dickens, Rupert Brooke, Edna Millay
      e quell’idiota di T.S. Elliot

      Poi sono andato nella stanza degli ospiti
      sbronzo di gin bevuto a ufo
      triste per il fantasma sbiadito del mio vecchio
      e ho ringraziato Gesù
      per quell’unico essere ancora in vita
      sempre pronto ad ascoltare
      le mie cazzate

      ***

      Un vecchio cane giallo
      giaceva vicino alla porta di servizio di un ristorante
      all’ombra
      un lunedì d’agosto come tanti a L.A.

      Dalla finestra dietro cui scrivo
      l’osservavo, là nella calura
      arrostirsi senza battere ciglio — bruciare sull’asfalto

      Dei tipi che facevano jogging
      scendevano da Bundy Drive
      a due soli isolati — appassionati di sport —
      dal luogo in cui OJ aveva tagliato a fettine la testa di Nicole
      e lasciato colare il sangue a fiotti
      sulle begonie rimaste orfane

      Persone sudate salivano e scendevano dagli autobus all’angolo di Wilshire Boulevard
      una coppia di senzatetto — due uomini — con addosso
      un sacco di abiti, sbronzi e sudici
      (si erano messi a due per riuscirci)
      avevano capovolto, provocando un gran tonfo,
      un enorme bidone verde dell’immondizia
      in cerca di un misero tesoro sepolto
      mentre io
      con il condizionatore a palla
      sognavo i risvolti di copertina dei BEST SELLER
      pur restando bloccato
      su una stupida riscrittura del capitolo 11
      del mio romanzo

      Quando finalmente il sole ansimante raggiunse le sue zampe, il cane si mosse
      ed io, ormai certo che la mia — a breve — nuova ex-moglie
      mi aveva perdonato l’ultima egoistica infrazione
      della notte scorsa,
      giurai per l’ennesima volta di pagare quelle fottute tasse
      e di riprendere i corsi mattutini di ginnastica

      Il cane giallo zoppicò giù per l’isolato
      e si accasciò mettendosi in salvo all’ombra
      mentre una macchina gli strombazzava,
      un autoribaltabile scendeva a rotta di collo
      lungo Bundy Drive
      e io sorseggiavo caffè freddo
      nel mio bicchiere
      mezzo vuoto
    • Gin&Genio, Dan Fante (Whitefly Press, 2014) - Irma Loredana Galgano su "Liberi di scrivere"[+]
      Gin&Genio di Dan Fante è stato pubblicato in Italia lo scorso maggio dalla Whitefly Press. La traduzione dall’inglese americano è di Gabriella Montanari, co-fondatrice della casa editrice. Ciò che il lettore deve aspettarsi da Gin&Genio ben lo sintetizza Ben Pleasants nella prefazione: “I suoi romanzi, le sue commedie e le sue poesie sono rabbiosi fili spinati contro la monotonia del conformismo”. In effetti fin dalle prime battute emerge chiaro che le composizioni di Dan Fante poco hanno a che vedere con le liriche o i sonetti d’intonazione classica o classicheggiante e parimenti hanno poco in comune anche con la produzione poetica contemporanea. Non per questo però hanno meno valore o importanza, letterariamente parlando. “Ci sono 4,6 miliardi di persone su questo pianeta e in nessun momento uno solo di quei figli di puttana pensa a te”. Traspare tutta l’amara consapevolezza del mondo che lo circonda dai versi di Fante, di Los Angeles ma anche dei posti che ha visitato, compresa l’Italia. Viviamo in un mondo di finzione, dove l’apparenza e l’apparire conta più della sostanza, tutti sono pronti a svendersi per il vile denaro, compresi gli scrittori, i poeti, e gli artisti che divengono scribacchini al servizio dei loro editori, scenografi o produttori, scrivendo ciò che viene indicato loro e non quello che sentono veramente di dire. Dan Fante invece lo fa, al pari di un altro californiano d’adozione che tanto ha fatto parlare di sé per la sua scrittura senza veli. E tanti sono i legami con Charles Bukowski, primo fra tutti l’amore per l’alcool e per le donne, ma soprattutto l’essere una nota diversa in campo editoriale internazionale, che una volta scoperta lascia indelebilmente un segno profondo nel lettore. “Non conosco nessun altro poeta vivente che scriva in questo modo. La sua visione, la sua voce, così particolari, esplodono ad ogni pagina. Leggete chi vi pare, ma sappiatelo: non sarete più gli stessi dopo aver aperto questo libro” (Joyce Fante – Prefazione a Gin&Genio). Il vissuto che emerge dai suoi scritti regala l’immagine di un uomo che i problemi non li ha solo evitati, li ha anche affrontati, superati, con la consapevolezza della caducità della volontà nonché dell’imprevedibilità della vita stessa. Contrariamente a ogni aspettativa poi emerge forte la passione per il proprio lavoro di scrittore, di poeta, di narratore. Un sentimento puro, genuino, che va oltre il mestiere, il guadagno o la notorietà, piuttosto rammenta l’immagine di un cammino verso se stesso, un ritorno al proprio essere interiore rinnovato dal contatto con il mondo esterno. “L’unica vera pace uno scrittore la trova davanti alla macchina da scrivere quando deve buttarsi di testa senza trucchi e aspettare che le dita si muovano fin quando una volta di più con il cuore come sola difesa ascolta il suono della musica”.

      Dan Fante: Nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John e da Joyce Smart; insegna scrittura creativa all’Università di U.C.L.A. Annualmente fa ritorno in Italia, nella cittadina abruzzese di Torricella Peligna di cui era originario il nonno emigrato in America nel 1901. In Italia ha pubblicato con la Marcos y Marcos Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi, con Ad est dell’equatore Mae West, con Spartaco l’opera teatrale Don Giovanni, con Whitefly Press Gin&Genio.
    • Gin&Genio - Nadia Mirjam Momo[+]
      La raccolta è una selezione di poesie scritte dall’autore in quasi vent’anni della sua pericolosa vita e come indica il titolo è un viaggio nelle confessioni di un “poeta maledetto” che unisce allo spirito del genio lo spirito dell’alcol. Tre divorzi, una bancarotta, la prigione, la terapia, la tragica morte del fratello Nick e i tentativi di suicidio; ma attenzione: l’opera svela una piacevole sorpresa, ha una profonda valenza formativa e una grande carica spirituale. Lontano dall’essere un elogio della sregolatezza e della devastazione, vuole piuttosto essere un invito a non sprecare il proprio genio, il proprio talento, e fornire un messaggio di speranza attraverso la scrittura. Ciò che mi ha colpita di quest’opera è la sua evoluzione, perché si tratta di poesia ma si legge come un romanzo, con un inizio, un corpo centrale e una conclusione. Quasi un lieto fine, dove i deboli bagliori di luce iniziali si intensificano e sempre più spesso compare Dio, compare un senso ed emerge un ritrovato rapporto col padre defunto, dopo le tante ostilità di quando era in vita. Con un verso lungo e libero, Fante sembra raccontarci la lenta strada verso una progressiva accettazione di se stesso e del mondo, e a chi ritiene che genio e sregolatezza vadano sempre a braccetto, lui risponde: “la sofferenza come fonte d’ispirazione letteraria è una cazzata. Non c’è bisogno di soffrire per scrivere. Per molti scrittori, artisti, è così. Per me scrivere è una gioia”. Lo dice uno scrittore che la sofferenza la conosce da vicino ma che non rimpiange nulla della sua vita, farebbe tutto daccapo, perché è quella vita che lo ha portato alla saggezza di oggi. Spesso oscurato dalla fama del padre questo artista meriterebbe maggiore popolarità e lo consiglio a tutti coloro che amano Hemingway, Selby Jr. e la poesia di Bukowski, così come a coloro che nella letteratura ricercano un senso e un insegnamento di vita.
  • Interviste[+]
    Dan Fante a Rete 8
    Lo speciale di Rete 8 a cura di Luca Pompei su Dan Fante. In studio con l'autore italoamericano la sua manager italiana, Cristina Di Benigno, e il regista francese, Charles Guérin-Surville, autore del film "Mae West" tratto da un racconto di Dan Fante.
    Rete 8 - 28 Agosto 2013

    Dan Fante, intervista di Paolo Di Vincenzo per LaQtv

    Dan Fante, lo scrittore americano di origini abruzzesi, parla della sua arte, del suo libro di poesie Gin&Genio (Whitefly press, traduzione di Gabriella Montanari), del film che il regista francese Charles Guérin-Surville ha tratto dal suo racconto "Mae West", di suo padre John Fante.
    LaQtv - 13 Settembre 2013
  • Ascolta la poesia "2002"[+]
    2002
    Adesso che ho scritto
    dieci anni di libri e commedie
    smesso con l’alcol
    con le sigarette e con quella splendida
    e sudicia pornografia
    ora che i miei vestiti non hanno più il fetore
    delle notti trascorse nella vecchia Pontiac
    che ho i capelli più radi e dieci chili di troppo
    la cinquantina suonata, delle telefonate da fare
    e delle responsabilità
    ora che le mie discussioni con i poliziotti
    non riguardano più l’affitto né le insolvenze
    né la pistola nascosta
    mi
    sento atto a testimoniare
    che il tempo non ha cambiato niente
    quel qualcosa che da sempre si agita e si contorce in
    me
    — questo buco senza fondo
    — questo bisogno di gridare e di cambiare le cose senza essere mai soddisfatto —
    questa voce che è sopravvissuta agli strizzacervelli, alla prigione, a 3 divorzi e a un suicidio
    alla bancarotta e a dozzine di corsi
    di realizzazione personale
    questa rabbia
    guida sempre la mia visione delle cose
    ed esige che vada dritto di testa contro la vita
    come un idiota
    in cerca di
    una
    fiamma
    pura
    e bianca



    In versione originale dalla voce di Dan Fante
    In versione italiana dalla voce di Gianmarco Busetto
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© Mimmo Cusano

Nonostante l’alcol, la droga, la miseria e la disperazione, Dan Fante ha conservato la purezza d’animo del padre e attraverso la sua poesia ci racconta splendide storie.
Fernanda Pivano

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La recensione del mese:
Una lettura di “GIN & GENIO” di DAN FANTE – Edizioni WHITEFLY PRESS
di Francesco Palmieri
Dan Fante, dopo essersi affermato come romanziere, arriva in Italia con le sue poesie, quelle della raccolta “GIN & GENIO” edita dalla neonata, e in questo caso coraggiosa, WhiteFly Press. L'aggettivo 'coraggiosa' ha una sua piena giustificazione: ed è la cifra poetica, lo stile espressivo di Dan, un'anomalia nel panorama della poesia italiana se appena si corre col pensiero a due nomi illustri che ci hanno abbandonato da poco: Luzi, Sanguineti; e l'impressione di dissonanza non viene meno, pure se si scorre mentalmente l'archivio degli ancora viventi. Questo perché Dan Fante è un poeta americano, un figlio bastardo della dimensione metropolitana statunitense, un taxi driver allucinato e folle, ex beone, ex tossicodipendente, ex ospite di qualche cella newyorkese o californiana, pluridivorziato e pluriabbandonato, con addosso tutto il peso della notorietà internazionale del padre John Fante, un sopravvissuto salvato dalla morte certa per alcool o droga o tentativi di suicidio non riusciti, e solo perché nei momenti di disperazione più estrema, di solitudine più claustrofobica, gli è parso di vedere “Dio/di sfuggita”. Dio o persino l'attimo epifanico e salvifico di quella “passione pura” provata davanti alla visione degli Iris di Vincent (Van Gogh) “in una vetrina ad un semaforo lungo Wilshire Buolevard” (p. 58). L'anomalia di Fante non sta nei contenuti che formalizza in versi; come afferma Ben Pleasants nella presentazione, l'Autore è figlio naturale di Los Angeles e di scrittori come Nat West, John Fante, Raymond Chandler e Charles Bukowski, autori che sia in prosa che in poesia hanno evitato come la peste la tentazione di mistificare linguisticamente la cruda violenza del reale di cui sono stati testimoni, la spietata voracità antropofaga della dimensione esistenziale megalopolita, attraverso l'opportunismo di una lingua sublimata e ufficiale, la frase ortograficamente truccata, il politically correct, la metafora purificatrice di quella corruzione e perdizione che pure dimorava e dimora al di là dell'immagine patinata e cinematografica di Hollywood o Manhattan. E l'anomalia di Dan, ancora di più nel panorama contemporaneo della poesia italiana, è proprio il suo linguaggio, la sua lingua poetica d'elezione che, estratta a sangue e lacrime dalla realtà, fatta quasi tautologicamente di cose e oggettività, sfugge non solo al “gusto” cui è abituato il lettore di poesia nostrana, ma anche alle tradizionali categorie della critica formale ancora oggi intenta a disquisire fra poesia e non poesia, lirica alta e poeticità del linguaggio prosastico o quotidiano. E questo perché in Italia non si può dire che vi sia stata una beat generation di scrittori, una genia di “poeti maledetti” tanto folta da rinnovare sia la retorica che il linguaggio poetico, innestato fortemente sul tronco della tradizione lirica novecentesca. Tuttavia Dan Fante è anche un poeta “confessionale” e intimista; ci racconta se stesso in vent'anni di poesie, si presenta senza belletto, deformazioni estetizzanti; non ha il timore di dichiararsi “un cazzone”; lancia il suo “howl” rabbioso eppure innocente come il pianto di un bambino che gli “ricorda/che l'unica cosa che volevo/nelle notti più nere/e nei giorni più insensati//...//era riempire il cielo/della mia/voce.” (p.106). L'Autore è un poeta che si è visto “morire lentamente” nel corso di un tempo biografico lungo vent'anni, che ha visto e vissuto l'inferno di una condizione marginale e anomica in compagnia di demoni distruttivi, di “pensieri squadriglia di morte”, a un passo dalla caduta irreversibile nel nulla della spersonalizzazione assoluta di sé; e così sarebbe stato se nel profondo di se stesso non avesse sempre saputo (inconsciamente, ontologicamente) che vivere è “un piccolo viaggio personale in cerca di Dio”; e non importa se si tratta di un Dio che assume il volto rimpianto del fratello suicida o della madre che rimane l'unica persona che sta sempre ad ascoltarlo o della visita improvvisa del fantasma di papà John, e persino di “un paio di tette perfette”, di una canzone - “Lucille”-, dell'aria salmastra dell'oceano.
E' sempre Dan Fante, l'uomo sopravvissuto a se stesso, braccato a lungo da un nero istinto di morte, solo in mezzo a “4,6 miliardi di persone su questo pianeta”, che risorto -forse rinato-, scrive nella poesia “2002”: “questa rabbia/ guida sempre la mia visione delle cose/ed esige che vada dritto di testa contro la vita/ come un idiota/in cerca di/una/fiamma/ pura/e bianca.” (p. 138). E' Dan Fante che pur se donchisciottescamente si attacca alla scrittura e non più alla bottiglia, per raccontarci che aveva nel cuore -idiota- l'Utopia di un Mondo Diverso che non vide e che forse ancora non ha visto. E noi, o tanti di noi, con lui, ancora non abbiamo visto.

Speciale Festival " Il Dio di mio padre" dedicato a John Fante - VIII Edizione

Dan Fante, "Il mio amore per l'Abruzzo"
Rete 8 - 28 Agosto 2013

Dan Fante a Rete 8
Lo speciale di Rete 8 a cura di Luca Pompei su Dan Fante. In studio con l'autore italoamericano la sua manager italiana, Cristina Di Benigno, e il regista francese, Charles Guérin-Surville, autore del film "Mae West" tratto da un racconto di Dan Fante.
Rete 8 - 28 Agosto 2013

  1. Dan Fante: “Io, mio padre e il dio di mio padre” - Serena Giannico[+]
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    Scrittura, alcol e sopravvivenza: è il filo invisibile che tiene insieme la storia della sua famiglia, ne è convinto. “Vengo da quattro generazioni di bevitori. Mio padre ha smesso a 50 anni, dopo che ha contratto il diabete. Mio fratello Nicholas è morto a causa dell’alcolismo, nel 1991, schiacciato da un’auto. Io sono stato alcoldipendente a lungo e nella mia attività, ad un certo punto, ho trovato la forza di uscirne. Di fare pulizia”.

    Una giovinezza squassata e poi, sulle orme del genitore, si è messo a scrivere. Dan Fante si racconta. È a Torricella Peligna, piccolo centro della provincia di Chieti, dove si è concluso, da qualche giorno, l’ottavo Festival dedicato a suo padre John Fante, annuale prestigioso appuntamento letterario dal titolo “Il dio di mio padre”. Una volta all’anno, prendendo a calci la nostalgia, Dan torna in Abruzzo, a Torricella, nei luoghi da cui partì, da emigrante, suo nonno, col passaporto e, con in tasca, il sogno dell’America e di fare il muratore. “Da ragazzo – dice – capita che rifiuti ciò che sei. Poi capisci che devi riprenderti ciò che ti appartiene, a cominciare dalle radici. Perché io sono la mia storia, ma anche la storia di mio padre, sono la storia dei miei nonni”.

    Dan adesso ha “fatto pace” col padre, ma in più d’un romanzo, in “Angeli a pezzi”, ad esempio, e nel recente “Fante: a memoir” descrive un alieno e stentato rapporto genitore-figlio. “Eravamo compagni e ostili. Personalità vigorose, era una lite continua”. Lui, ad un certo momento, in totale rottura con la famiglia, da giovane, è andato via da casa. “Adesso “riposiamo” perché lui non c’è più. Ma se fosse qui, con me, ricominceremmo immediatamente a litigare. Litigheremmo per tutto il tempo: abitudine impossibile da scrostare… Tra noi c’erano gli stessi conflitti che lui aveva con suo padre. Troppo simili e fortemente diversi, una maldestra storia d’amore la nostra”. Che padre era John Fante? “Molto all’italiana: mia madre tirava su i figli e lui giocava a golf… Era irritabile, insolente, caustico, tagliente, e con un zoo in giardino… Questo era mio padre. Ora, da adulto, non lo vorrei diverso”.

    Un legame di scontri, di zuffe, di attaccamento inossidabile che si ritrova anche in “Gin e Genio”, antologia poetica di Dan appena uscita in Italia. Pure qui impera la figura del padre. “John Fante è venuto a farmi visita/ anche questa mattina/ mi ha fatto sentire la sua presenza/ dietro la sedia su cui scrivo…”. “Ma per arrivare a questo, a questa simbiosi – commenta la poetessa aquilana Anna Ventura – è dovuto passare molto tempo, e molto dolore. Le “colline ingorde” in cui si sono svolte le loro vite, hanno richiesto il loro prezzo, sia al padre che al figlio, minacciando ad ogni passo la loro intesa, massacrando le loro stesse vite, dominate da un demone più forte delle colline stesse: la passione per la scrittura…”. Che esplode in versi… “Poi mi sono ricordato/ che quello che davvero hai lasciato/ dietro di te/ senza attenzione, senza volerlo,/ non poteva essere né comprato né venduto./ Il regalo di John Fante per me/ è stato/ il suo cuore puro di scrittore/”. E ancora… “Adesso che ho scritto/ dieci anni di libri e commedie (….) questa rabbia/ guida sempre la mia visione delle cose/ ed esige che vada dritto di testa contro la vita/ come un idiota/ in cerca di una fiamma pura e bianca”. Pagine autobiografiche, come quelle di Dan tassista a Los Angeles: “Quando, alle quattro e mezzo del mattino,/ ho quasi finito il mio turno/ dopo che circa 75-100 culi si sono sbattuti/ sul sedile posteriore del mio taxi/ e che sono trascorse/ 12 ore dietro il volante/ (…), mi dirigo a Nord, verso i quartieri residenziali/ i finestrini abbassati/ il taschino della camicia gonfio/ con la mazzetta dei guadagni notturni/ libero di lasciare andare i miei pensieri…”. Lei ha fatto tanti mestieri, dal commesso, al muratore al conducente di taxi. Quando ha deciso che era ora di dare un taglio a tutto e di mettersi a scrivere? “Quando la gente ha cominciato a mandarmi a… fanculo”.

    Dagli anni Novanta, grazie anche a Charles Bukowski, la scoperta dell’autore John Fante, dapprima in Europa, poi negli Stati Uniti. “Le sue creazioni – dice Dan – oggi sono considerate senza tempo. Non hanno età. Mio padre rappresenta l’unione tra la letteratura italiana e quella americana, a partire dal ‘900”. Eppure romanzi e racconti all’epoca non furono compresi e, talvolta, non pubblicati. Perché? “Erano troppo passionali per quei tempi, troppo duri. Erano intrisi di energia e di sarcasmo. Erano anche pieni di sofferenza, tant’è che a volte mi chiedo come lui sia sopravvissuto al lavoro”. E chiude: “La mia missione è quella di diffondere la sua opera e di far conoscere la mia. Lo faccio per lui e per me”.


    www.restoalsud.it, 29 agosto 2013

Speciale Dan Fante a Roseto degli Abruzzi
Dan Fante, intervista di Paolo Di Vincenzo per LaQtv

Dan Fante, lo scrittore americano di origini abruzzesi, parla della sua arte, del suo libro di poesie Gin&Genio (Whitefly press, traduzione di Gabriella Montanari), del film che il regista francese Charles Guérin-Surville ha tratto dal suo racconto "Mae West", di suo padre John Fante.
LaQtv - 13 Settembre 2013

Articoli, recensioni, interviste
  • Dan Fante, meglio scrittore che galeotto - Paolo Di Vincenzo[+]
    Il testo dell'intervista registrata e messa in onda da LaQtv

    Grazie a Luca Bergamotto, Alessandro Luciani (riprese e regia), Stefania Roberti (voce e doppiaggio), Cristina Di Benigno, Charles Guérin-Surville e a Marina Marzoli per l'ospitalità nella sua casa di Alanno.
    di Paolo Di Vincenzo

    Il suo nuovo libro di poesie, in italiano, edito da Whitefly press e tradotto da Gabriella Montanari, si intitola Gin & Genio raccoglie liriche scritte negli ultimi 30 anni. Trova più efficace la poesia rispetto al romanzo per esprimersi?
    Penso di essere uno scrittore di romanzi e un commediografo. I protagonisti di un romanzo richiedono a volte anche un anno di lavoro, e scrivere un romanzo a volte può essere monotono, così ogni tanto interrompo scrivendo delle poesie. Quando ha iniziato a scrivere poesie?

    Molto tempo prima che diventassi autore di racconti e romanzi ero un taxi driver a New York, avevo 20 anni, e scrissi forse mille poesie ma alla fine della giornata, prendevo e le buttavo via. Pensavo che non ce ne fosse nessuna buona. Anni dopo, cominciai a non buttarle più, ma ho scritto poesie per anni.

    Ha una preferenza tra poesia e romanzo?
    Penso di essere più a mio agio con i racconti sebbene mi diverto molto con le poesie perché sono in grado di scrivere una poesia in una o due ore ed è completa, e adoro l’idea di finirla e di non doverla più riguardare. I racconti, invece, a volte mi richiedono anche un anno di lavoro. Sono due esperienze completamente diverse. Nei suoi romanzi infila spesso fatti autobiografici. In particolare la dipendenza dall’alcol, ma in generale tanti episodi reali.

    Come reagiscono i suoi amici, i suoi parenti stretti a questo suo modo di scrivere?
    Il mio primo romanzo, Angeli a pezzi in italiano, Chump change in Americano, lo mandati a circa 40 editori e tutti mi dicevano che era pornografico, che era fiction autobiografica, e che non potevano pubblicarlo. Così, la reazione del mondo letterario in America non fu affatto buona. In Francia, invece, dopo aver mandato il manoscritto, in due settimane mi rimandarono il contratto e un assegno, e diventai uno scrittore francese (ride). La reazione fu interessata perché le mie storie erano estreme, non così estreme come quelle attuali, ma abbastanza. La mia famiglia non è stata di grande sostegno al mio lavoro. Forse per il fatto che mio padre era un grande scrittore e quindi venivo immediatamente messo a confronto con lui e con gli altri scrittori. La mia famiglia mi riteneva solo uno che aveva combinato guai per tanti anni e allora la loro reazione, quando seppero che avevo cominciato a scrivere fu: beh, almeno non è finito di nuovo in galera!

    Finora in italiano sono stati tradotti solo tre romanzi (Chump change - Angeli a pezzi, Mooch - Agganci, e 86’d - Buttarsi), tutti con protagonista Bruno Dante. Ma negli Stati Uniti è uscito da poco il suo giallo, Point Doom. Vuol parlarne?
    Sì, però prima di parlare del mio nuovo thriller voglio dire che il libro di cui sono molto orgoglioso è “Fante, a memoir” (A Family's Legacy of Writing, Drinking…), in cui racconto la storia di mio padre, la mia e il nostro rapporto. Non è ancora stato tradotto e spero presto arrivi anche in Italia. Il thriller “Point Doom” è basato sulle mie esperienze a New York, tanti anni fa. Io ero un detective privato e lavoravo alle dipendenze di un forte bevitore, ma lui era stato anche il primo assistente di J. Edgar Hoover (il direttore dell’Fbi più conosciuto e temuto, lavorò per otto diversi presidenti degli Stati Uniti, ndr). E lui mi ha insegnato come seguire le persone, come essere subdolo, come camuffarsi. E così ho iniziato a pensare di voler scrivere un libro dal punto di vista di un detective che però fosse molto simile al mio alter ego Bruno Dante. E così, piano piano, il thriller si è sviluppato.
    Il titolo è una sorta di gioco di parole: Point Dume è il posto dove la tua famiglia ha vissuto per tanti anni, inolter il suono della parola in inglese si avvicina anche a quello di tomba e quindi fa pensare alla morte.
    Point Dume è un posto geografico sulla costa di Los Angeles, e il nome deriva dal fatto che l’uomo che fondò la città era un prete. Tutti chiamano quella zona Point Dume ma c’è il gioco di parole perché Doom invece vuol dire fato avverso, quindi, sì, c’è un gioco di parole.

    Quest’anno sono 30 anni dalla  morte di suo padre, John Fante (scomparso l’8 maggio 1983 all’età di 74 anni). Che ruolo ha, nella sua scrittura, la sua presenza? Che padre è stato John Fante e quanto, invece, l’ha influenzata come scrittore, se l’ha influenzata?
    Mio padre mi ha influenzato molto, lui era un critico molto incisivo sulla scrittura  e il suo giudizio su ciò che era ben scritto o scritto male è ciò che mi ha dato la consapevolezza di poter diventare uno autore. Come padre, beh, era una persona molto forte, era insoddisfatto, aveva un pessimo carattere, ma lui mi voleva bene e alla fine della sua vita ci siamo avvicinati molto.

    Lei dal 1999, quando venne la prima volta in Italia, conosce l’Abruzzo, in particolare Torricella Peligna e Pescara. Aveva anche intenzione di far crescere qui suo figlio, Michelangelo Giovanni, che rapporto ha con la regione da cui partì suo  nonno?
    Tu lo sai bene, qui, in Abruzzo, c’è la mia casa, e il mio cuore. Vengo da 14 anni e le persone di Torricella Peligna sono la mia famiglia. Io mi sento a casa qui. Sai (ride) è una cosa molto curiosa: io vivo a Los Angeles ma è come se vivessi anche qui in Abruzzo, a Torricella Peligna, almeno nel mio cuore è così. Io vengo ogni anno, per diversi giorni, ma è come se non me ne andassi mai.

    Sei anni fa lei vide la basilica di Collemaggio all’Aquila, si raccolse in preghiera davanti alla tomba di Celestino V. Poi vi è tornato dopo il terremoto del 2009, che ricordo ne ha?
    (si commuove e fa una lunga pausa). E’ per me una tragedia, sono tristissimo per ciò che è accaduto in un posto meraviglioso come L’Aquila. Oggi non si può più camminare per le sue strade antiche, perché tutto rischia di crollare, ancora. E’ come se fosse una città fantasma. E gli aquilani sono fantastici e io li amo con tutto il mio cuore.

    Come la accoglie il nostro Paese?
    Penso che i giovani, che per esempio leggono Bukowski, sono molto interessati al mio lavoro. Ma, sai, io non racconto storie carine, non sono quel tipo di scrittore, non scrivo fiction popolari, io scrivo storie personali, dal cuore. Ora spero che il thriller Point Doom possa essere presto tradotto in italiano e ben accettato in Italia perché è un libro divertente, pazzo, con terribili assassini, e tutti gli elementi per un testo di grande intrattenimento. 
  • Dan Fante rivela a Roseto: «Così ho sconfitto l’alcol» - Federico Centola[+]
    Presentato al Liberty il libro di poesia sulla vita spericolata dello scrittore che mostra una data del 1986 tatuata sulla nuca: quel giorno smisi di ubriacarmi.

    ROSETO. Il 31 dicembre 1986 è una data importante per Dan Fante. Tanto importante che ha deciso di imprimerla in maniera indelebile sul suo corpo, tatuandola sulla nuca. Quello, infatti, è il giorno in cui lo scrittore italo-americano si è ripreso la sua vita dicendo per sempre no all’alcol. Fino a quel momento aveva consumato la sua esistenza trascinandosi sul lato selvaggio dei marciapiedi di New York, tra taxi puzzolenti, donne e debiti, bourbon e, soprattutto, il fantasma del padre, John Fante, anche lui scrittore e sceneggiatore. Le sue esperienze di quei giorni, ormai lontani, sono stati raccolti in un libro di poesie dal titolo ‘Gin e Genio’, presentato ieri mattina all’hotel ‘Liberty’ di Roseto da Paolo Di Vincenzo, su iniziativa di Emidio D’Ilario e Luciano Di Giulio, rappresentanti del Circolo filatelico-numismatico rosetano e dell’associazione ‘Terra e Mare’. L’autore della raccolta ha letto nella lingua originale alcune poesie pubblicate nel suo libro, subito dopo recitate in italiano dall’artista Giorgio Mattioli con il sottofondo musicale del giovane pianista rosetano Roberto Porta.

    «Tuo figlio è un fottuto scrittore. Puoi essere fiero di lui. Adesso il suo cognome gli appartiene», così scrive Ben Pleasants del poeta italo-americano rivolgendosi ipoteticamente al padre John Fante, usando un linguaggio crudo e diretto: proprio come quello che appartiene al modo di scrivere di Dan Fante. «Il regalo di John Fante per me» scrive in una delle sue poesie il figlio Dan «è stato il suo cuore puro di scrittore». Una frase ripresa anche da Fernanda Pivano, la quale commentava: «A quanto pare questo regalo ha funzionato: nonostante l’alcol, la droga, la miseria e la disperazione, Dan Fante ha conservato la purezza d’animo del padre e, attraverso la sua poesia, ci racconta splendide storie».

    A vederlo oggi, Dan Fante non sembra affatto l’uomo uscito dall’inferno da lui stesso descritto. Cappello da cow-boy, occhiali di Groucho Marx e un sorriso per tutti. Ma quel volto solcato da rughe profonde racconta di una vita vissuta sempre al limite, ma senza farne un dramma. «Quando sarò giunto alla fine» recita un altro dei suoi versi «annientato e stremato dalla mia stessa dolce follia voglio che si rida e si raccontino barzellette alla mia veglia funebre».

    Per descrivere l’inferno della prima parte della sua vita, Dan Fante utilizza un linguaggio crudo, a volte violento, ma dietro l’apparente scorza rude dell’uomo vissuto nei bassifondi dell’America più selvaggia, traspare l’animo di una persona alla ricerca di se stesso. «Nulla riempie il vuoto della solitudine», così chiude un’altra sua poesia, con una frase che sembra riferita al fratello Nicholas (Nick), un genio della Nasa, «morto investito come un cane mentre ubriaco barcollava in strada». Forse anche lui, così come l’ingombrante presenza del padre John, ha influito sulla vita spericolata di Dan.

    Il Centro - Teramo - 30 agosto 2013

    link articolo
  • Lo scrittore americano Dan Fante a Roseto - Anastasia Di Giulio[+]
    Uscito l'ultimo numero del periodico Eidos, che a pagina 48 a firma di Anastasia Di Giulio, foto di Mimmo Cusano, riporta un articolo su Dan Fante, della presentazione del libro Gin & Genio, all'Hotel Liberty, e degli amici Paolo Di Vincenzo, Cristina Di Benigno, Giorgio Mattioli, Charles Guerin Surville, Roberto Porta, Cantoro Roberto, Giovanna Forti, William Di Marco, Luciano Astolfi, Marco di Virgilio, Edizioni WhiteFly Press, Gabriella Montanari, degli organizzatori Emidio D'Ilario, Luciano Di Giulio, e dell'amministrazione comunale Enio Pavone Sindaco, Maristella Urbini, Alessandro Recchiuti.
  • Sul pianeta Fante - Laura Napoletano[+]
    Un'altra uscita, stavolta su AmericaOggi, il quotidiano, in italiano, più letto negli Stati Uniti e in Canada.
  • Dan Fante, maestro figlio di maestro - Paolo Di Vincenzo[+]
    Estratto dal quotidiano La città di Teramo - 31 agosto 2013
  • Il libro di Dan Fante[+]
    Anche il periodico Zoom si è occupato di Dan Fante a Roseto
  • "Io e mio padre John, che c'insegna a scrivere col cuore" - Nicola Catenaro[+]
    Dan Fante racconta il rapporto con il genitore, i suoi consigli e la sua scrittura come terapia di salvezza.
    Chi non ama leggere, dovrebbe sfogliare un suo libro almeno una volta nella vita: cambierebbe idea in un attimo. Chi non ha mai letto un suo libro, dovrebbe comprarli tutti a cominciare da “Aspetta primavera, Bandini”, “La confraternita dell’uva”, “Chiedi alla polvere” e “Sogni di Bunker Hill”. Quattro capolavori da leggere d’un fiato per rimettere pace dentro la propria anima e guardare le cose che ci circondano con gli occhi colorati della poesia e delle emozioni più vere. Parliamo naturalmente di John Fante, l’indimenticato scrittore e sceneggiatore italo-americano che ha fatto della vicenda umana e dei sogni di Arturo Bandini, suo alter ego, un mito letterario da sistemare ai primi posti della libreria ideale di ciascuno di noi. A trent’anni dalla sua morte, abbiamo incontrato il figlio Dan, anch’egli scrittore, in Abruzzo per ricordare il padre in occasione dell’ultima edizione del festival di Torricella Peligna (il paese di origine della famiglia) a lui dedicato.

    Dan ci ha trasmesso i suoi ricordi, offrendoci sul piatto della condivisione più autentica un assaggio del rapporto con il padre, e ci ha parlato della sua attività di scrittore tra poesie (di recente ha pubblicato la raccolta “Gin & genio”), romanzi (anche gialli) e un ritratto autobiografico della sua famiglia.

    Dan, suo padre è morto trent’anni fa. Il mondo piange ancora la sua morte. Qual è secondo lei il messaggio più importante che John Fante ha lasciato al mondo?

    «Il messaggio più importante lo ha lasciato a chi vuole diventare scrittore ed è quello di scrivere storie semplici che sgorgano dal cuore. Mio padre credeva sinceramente che un buon libro può cambiare il mondo».

    E qual è invece il messaggio più importante che ha lasciato a lei come figlio prima di morire?

    «Ho iniziato a scrivere dopo la morte di mio padre. Ma il suo fantasma era ed è sempre vicino a me, dietro la mia sedia. Mi aiuta soprattutto a non scrivere robaccia. Mi dice: hey Dan, smettila di scrivere quelle cretinate. Scrivi in maniera più semplice (risate)».

    Suo padre parlava a lei e ai suoi fratelli del suo lavoro? Cosa vi diceva a proposito dei suoi libri, delle storie e dei soggetti che inventava?

    «Sì. Lo faceva di solito comparando la buona scrittura con la cattiva scrittura. Ci spiegava qual era la differenza e cosa si doveva fare per ottenere una buona scrittura».

    Cosa spinge un uomo a scrivere? Perché si scrive, secondo lei? Per essere ricordati o amati o cos’altro?

    «Quelle sono sicuramente motivazioni molto nobili ma non è tutto. Mio padre per esempio credeva che gli scrittori fossero filosofi e che uno scrittore assomigliasse a un monaco o a una figura religiosa. Credeva nel grande potere delle parole, per le quali aveva un grande rispetto. Ciò che ho imparato da lui è come rendere un messaggio semplice ma molto potente, facendolo arrivare direttamente dal cuore».

    Fernanda Pivano era una sua amica. Come la ricorda?

    «Ho un ricordo meraviglioso di lei. Voglio raccontarle un episodio, un fatto avvenuto in occasione del nostro primo incontro a Milano. Lei viveva in un grande appartamento in cui non riusciva a muoversi perché era stracolmo di libri dappertutto. Mi disse: ho incontrato un mucchio di scrittori, letto tanti libri. Cosa sai fare di diverso rispetto agli altri scrittori? Fammi vedere. Io, per tutta risposta, mi spogliai completamente. Lei scoppiò a ridere. Rideva e rideva…»

    Ha confessato pubblicamente che la scrittura le ha salvato la vita. Perché?

    «Accadde quando smisi di bere. Mi sentivo male, ero completamente fuori di testa e, per placare i nemici che avevo dentro di me, cominciai a scrivere. Fu una terapia eccezionale».

    Qual è la differenza tra Arturo Bandini, il personaggio dei libri di John Fante, e Bruno Dante, l’alter ego dei libri che lei ha scritto?

    «Sono simili, in verità, li distingue forse il fatto che Bruno Dante è un tipo estremo, arrabbiato e assolutamente fuori di testa».

    Quante ore dedica alla scrittura ogni giorno?

    «Provo a scrivere un paio di ore al giorno, sei giorni su sette. Ma non mi pongo il problema di dover scrivere. La scrittura per me è un divertimento, un dono».

    Quale sarà il suo prossimo libro?

    «In questo momento sto scrivendo il sequel del romanzo ‘Point Doom’ (il primo giallo di Dan Fante, ndr)».

    Ama l’Italia, la terra dove è nato suo nonno, o preferisce l’America?

    «Le rispondo dicendo che ogni volta che qualcuno nomina l’Italia, io mi commuovo e gli occhi si riempiono di lacrime».

    Se suo padre fosse ancora vivo, che tipo di storie scriverebbe ora?

    «Mio padre amava e amerebbe scrivere ancora storie basate sulle relazioni reciproche, parlare di come le persone possano scambiarsi sentimenti ed emozioni».

    C’è un segreto che non conosciamo di John Fante?

    «Un segreto? Beh, probabilmente il segreto più importante è che lui amava giocare a golf più di quanto gli piacesse scrivere libri e più del golf il gioco d’azzardo e più di questo amava le belle donne… (risate). In definitiva, potrei dire che lui amava le cose belle della vita, da buon italiano. E nello stesso tempo amava e inseguiva il sogno americano».



    CHI E’

    Dan (Daniel Smart) Fante nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John Fante e da Joyce Smart, redattrice e poetessa. Ventenne, abbandona gli studi e la città natale per recarsi a New York dove vivrà, per dodici anni, di espedienti e piccoli lavori (tassista, commesso, venditore al telefono, guardiano di notte, investigatore privato…). Dopo l’alcol, la droga, i guai con la giustizia, i divorzi e la depressione, a quarantacinque anni intraprende la carriera di scrittore. È autore di romanzi (Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi), che vedono come protagonista il suo alter-ego Bruno Dante, ma anche di racconti, poesie e commedie (Don Giovanni). Nel 2011, ha pubblicato negli Stati Uniti l’autobiografia Fante: A Family’s Legacy of Writing, Drinking and Surviving ed è uscito negli Stati Uniti il suo primo giallo dal titolo Point Doom. Ogni estate visita la cittadina abruzzese di Torricella Peligna da dove, nel 1901, il nonno Nicola (Nick) Fante partì per l’America. Insieme alla moglie Ayrin e al figlio Giovanni, vive attualmente a Los Angeles, dove insegna scrittura creativa all’università di U.C.L.A.



    Nicola Catenaro

    Intervista pubblicata su “La Città Quotidiano” del 29 agosto 2013

    link articolo
  • Stregati da Dan Fante… che serata al Bellavista[+]
  • Un padre vivo nella memoria del figlio - Anna Ventura[+]

Sfoglia lo speciale Dan Fante a Roseto degli Abruzzi.
Supplemento web alla testata giornalistica WANTED.
Direttore Responsabile LUCIANO DI GIULIO


Speciale Festival " Il Dio di mio padre" dedicato a John Fante - IX Edizione
20 agosto 2014
Calitri Sponz Festival
insieme a Vinicio Capossela
http://www.sponzfest.it/2014/



21 agosto 2014
al Bellavista di Spoltore (Pescara)



22-24 agosto 2014
"Il dio di mio padre"
Festival dedicato a
John Fante
Torricella Peligna (Chieti)
http://www.johnfante.org/edizione2014

Edizione 2014
 FESTIVAL LETTERARIO “IL DIO DI MIO PADRE” DEDICATO A JOHN FANTE – IX EDIZIONE
22-23-24 agosto 2014
TORRICELLA PELIGNA

Venerdì 22 agosto, Mediateca
 
11:00 Apertura del Festival
11:30 OMAGGIO A CHARLES BUKOWSKI – 20 ANNI DALLA MORTE con Dan Fante, Alessio Romano e Roberto Alfatti Appetiti Presentazione del saggio di Roberto Alfatti Appetiti “Tutti dicono che sono un bastardo” (Bietti) e di “La rossa di Bukowski. Memorie di Pamela Cupcakes Wood” (Whitefly Press), accompagnamento musicale di Christian Carano.
16:30 PREMIO JOHN FANTE OPERA PRIMA
Presentazione delle opere dei tre finalisti Luisa Brancaccio, “Stanno tutti bene tranne me” (Einaudi) – Francesco Formaggi, “Il casale” (Neri Pozza), Riccardo Romani, “Le cose brutte non esistono” (66THAND2ND), con i giurati Francesco Durante, Lucilla Sergiacomo, Masolino D’Amico e Mario Cimini
18:00 CERIMONIA DI PREMIAZIONE
Consegna del Premio John Fante Opera prima Partecipa Dan Fante Presentano Giovanna Di Lello e Tiziano Teti
22:00 ‘NDUCCIO: “JOHN FANTE, AS TOLD BY ME”
Recital in omaggio allo scrittore italoamericano
 
Sabato 23 agosto, Mediateca
11:00 VIAGGIATORI
Presentazioni “Oh Capitano!. La vita favolosa di Celso Cesare Moreno in quattro continenti, 1831-1901” (Marsilio) di Francesco Durante, con Oscar Buonamano e “Il viaggiatore inglese” (Skira) di Masolino D’Amico, con Gino Melchiorre.
16:30 SIRO RICCIONI, UN EROE D’ABRUZZO IN GRECIA
Presentazione di “Operazione Teseo” (Tullio Pironti) di Luigi Necco Introduce Primo Di Nicola.
17:30 “YOU AND ME ALONE”. INCONTRO CON DIEGO DE SILVA su “Figuracce” (Einaudi), l’ironia e altro. Presenta Maria Rosaria La Morgia.
18:30 JOHN FANTE E LA NUOVA GENERAZIONE DI SCRITTORI. IL CASO OLANDESE
Incontro con Jasper Henderson, Jaap Scholten, Henk van Straten e Dan Fante. Modera Luca Briasco
Pineta comunale
22:00 – PROLOGO DI CHIEDI ALLA POLVERE
Performance di GIOVANNI GUIDELLI, al pianoforte MICHELE DI TORO Partecipa DAN FANTE
 
Domenica 24 agosto, Mediateca
11:00 EMIGRAZIONE
Intervento “America. Conflitto e desiderio nella letteratura italoamericana del Novecento” di Lucilla Sergiacomo e presentazione del “Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel mondo” (Fondazione Migrantes), con Tiziana Grassi (ideatrice e direttore del progetto) e Mario Cimini. Partecipa Michele Di Mauro, autore del romanzo “L’uomo carbone” (SensoInverso)
16:30 VIAGGIATORI Presentazione di “Dove comincia l’Abruzzo” (Exorma) di Maurizio Silvestri e Paolo Merlini Partecipano Mario Dondero, Maurizio Silvestri, Paolo Merlini e Pietro Ottobrini
17:30 MAURIZIO GIANOTTI DIALOGA CON STEPHEN AMIDON partendo dal romanzo “Il capitale umano” (Mondadori) 18:30 IL PIACERE DELLA SCRITTURA: BIAGIO PROIETTI INCONTRA MARCELLO FOIS E SANDRO BONVISSUTO
22:00 IL CONTASTORIE DOMENICO TURCHI RACCONTA JOHN FANTE Accompagnato alla “du botte” da Angelo Turchi, a seguire PROIEZIONE del film Il capitale umano di Paolo Virzì

http://www.johnfante.org/edizione2014



25 agosto 2014
Festival delle Storie
Val Comino (Frosinone)
http://www.festivaldellestorie.org

Ore 21.00 – Piazza Umberto I

Contropoteri

Incontro con Dan Fante, scrittore e commediografo e Roberto Alfatti Appetiti - Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski (Bietti Editore).

C’è gente che da una vita viaggia controcorrente, cercando risposte nella polvere della strada. E’ il caso di Dan Fante, scrittore e commediografo, con un padre che è una leggenda della letteratura americana: John Fante. Questa è l’occasione per parlare, grazie alla biografia di Roberto Alfatti Appetiti, di uno scrittore maledetto che ha legato la sua storia a quella dei Fante, Charles Bukowski e per passare una serata insieme a tre personaggi letterari dell’America fuori di rotta: Arturo Bandini (il protagonista dei romanzi di John Fante), Bruno Dante (eroe delle storie di Dan Fante) e l’imprevedibile Henry Chinaski, alter ego di Bukowski.