Lezioni di gioia
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  • Descrizione[+]
    Non sono più mia

    di Maria Marchesi


    Una raccolta di versi che è di per sé un romanzo. Un giallo poetico. Un incastro da scatole cinesi tra gli ultimi componimenti della poetessa Maria Marchesi (Premio Viareggio 2004), venuti alla luce dopo anni di silenzio, e il buio che avvolge la vicenda biografica dell’autrice, acclamata e poi subito negletta dai circoli letterari. Una silloge dai toni aspri e ruvidi centrata sulla scissione tra lo spirito e il corpo della poetessa a lungo internata nell’ex manicomio romano di S. Maria della Pietà. Le violenze, gli abusi, le privazioni squadernate ora con disprezzo, ora con distacco, ma sempre con maestria lirica e potenza evocativa. Immagini e parole crude per designare un mondo in cui i veri folli non sono i pazienti. Nella prefazione lo psicoterapeuta Nicola Ghezzani traccia l’identikit della mente (di donna? di uomo?) che si cela dietro i versi. Nella postfazione l’editore svela i dettagli della caccia a un’identità anagrafica a cui attribuire gli inediti. Ne risulta un’appassionante iter “investigativo” in cui pseudonimo, identità reale e fittizia s’intrecciano in una vicenda romanzesca. Con una sola certezza: la forza inimitabile della poesia di una tale Maria Marchesi.
  • Dettagli[+]
    Collana:
    Titolo:
    Autore:
    The Raven (poesia)
    Non sono più mia
    Maria Marchesi
    Formato:
    Contenuto:
    Genere:
    Note di rilievo:


    Pagine:
    Data di pubblicazione:
    ISBN:
    Prezzo:
    15 x 21 cm
    testo
    poesia
    - prefazione di Nicola Ghezzani
    (psicoterapeuta e scrittore)
    - postfazione di Gabriella Montanari
    64
    dicembre 2014
    978-88-98487-03-5
    10,00 €
    Cover&Book design:
    Gionata Chierici
  • Zoom copertina[+]
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Per saperne di più:
  • Pensieri e parole di... Nicola Ghezzani[+]
    MARIA MARCHESI. Gli invisibili passi del non essere
    di Nicola Ghezzani:

    [...]
    "Nell’identificazione della psicologia di Maria Marchesi oscilliamo nel dubbio fra la donna violata e riparata nella sua mente e l’individuo narcisista arroccato nel pensiero della propria superiorità. Le due cose sono in realtà intercambiabili, perché l’una non esclude l’altra. In numerose scene poetiche, la Marchesi mostra il suo corpo violato e abusato: ma il corpo violato potrebbe essere una metafora adoperata da un uomo per rappresentare la propria anima che, nel mercimonio dell’esposizione pubblica, si sente stuprata. Le poesie della Marchesi potrebbero dunque essere state scritte tanto da una donna che abbia trascritto letteralmente la sua storia, quanto da un uomo che abbia subito violenze nell’anima, che l’alta opinione di sé fa avvertire come intollerabili. In questo caso, l’autore, un uomo, avrebbe raccontato letterariamente (non letteralmente) le violenze subite dalla sua sensibilità."
    [...]
    "Non di meno: se i versi della Marchesi fossero stati scritti da un uomo o anche da una donna, che però non sia mai stata violentata né segregata in un ospedale psichiatrico, qualcosa cambierebbe in noi lettori? Certo, cambierebbe lo stato empatico (dovremmo sciogliere il vincolo di identità), ma non l’impatto emotivo né l’ammirazione che si deve al grande scrittore."
    [...]


    Nicola Ghezzani vive e lavora a Roma. È psicologo, psicoterapeuta, formatore alla psicoterapia e autore di numerosi saggi, articoli, libri. Ha formulato i principi della psicoterapia dialettica. Scrittore da sempre, ha dedicato una parte considerevole del suo lavoro psicologico, terapeutico e di ricerca alle dotazioni psichiche e alla creatività.

    http://nicolaghezzani.altervista.org/
  • Estratti da Non sono più mia[+]
    • ECCO LE BESTIE[+]
      Ecco le bestie, pronte al truogolo,
      poi ci sarà la seduta. Tocca a me per prima—
      E lui, estraneo a qualsiasi emozione,
      estraneo a me che sono inesistente
      domanda: quando sei triste
      che colore vedi?
      Colori? Il bianco, sempre il bianco.
      E se sei allegra? Allegra? E quando?
      Rispondi, non sei tu che devi fare
      le domande. Rispondi.
      Se sono allegra il bianco s’allarga.
      Pensi mai ai morti?
      Oh, no, io i morti li vedo e li vivo
      qui in questa periferia del vuoto,
      in questa accidia di scemenze
      condite di un crisma che sa di pene marcio
      io i morti li vivo e li mangio a colazione,
      e ho con loro un odio feroce.
      Va bene, va bene,
      Va bene un cazzo, doc, io sono viva,
      mi vedi? Ho perfino i capelli ancora,
      e so ascoltare la musica degli alberi.
      Ma tu sei vivo?
    • CI FACEVANO VEDERE MAURIZIO COSTANZO[+]
      Ci mettevano davanti al televisore
      per vedere Maurizio Costanzo.
      Dallo schermo calava l’inettitudine,
      diventava bordello il mio cervello,
      cloaca massima la disinvoltura
      con cui ci trattava quel merdoso medico
      sempre arrapato. Era un cadere lento
      nell’infingardaggine, nell’occulto blaterare
      delle cimici.
      Io le mangiavo una dopo l’altra
      non sapendo che fare.
      Mi dava un certo refrigerio sapere
      di eliminarne parecchie.
      Il medico aveva sempre le orecchie sudate,
      non si lavava i piedi,
      non usava spesso lo spazzolino,
      il cazzo odorava di cavoli bolliti,
      una tragedia ogni volta fargli un pompino.
    • NON SONO PIÙ MIA[+]
      [...]
      Non so s’è fortuna che tutto rimanga
      fermo. I terremoti non sono cose lontane
      e le frane hanno il ritmo di me
      che vado a casaccio rimuginando
      amori lontani con strazi che furono stelle filanti
      e sono la cartapesta che tarla le sere
      e adombra la vita di squarci funesti.
      Distesa sul letto non oso guardare il soffitto,
      non oso chiedere ai ragni
      se presto sciopereranno.
      Sento l’odore di marcio dell’immondizia
      dimenticata da giorni davanti alla porta.
      La voglia è di lasciarla
      ancora per giorni a fiorire e vedere
      se arrivano prima le mosche o le cimici
      oppure gli scarafaggi.
      Ci scriverei un trattato, e poi
      mi piace schiacciarli,
      sentire quel crac che gli rompe la schiena,
      capire che forse qualcuno
      vorrebbe fare con me
      la stessa cosa
      e aspetta il momento propizio.
      Nel mio precipizio rimane il candore
      dell’ossessione e rimugino storie
      di larve, benedico la tentazione
      che mi tiene viva e fa cantare i rigurgiti
      del nonsenso in una festa di canti,
      fa cantare la mia vagina
      come se avesse ancora la possibilità
      di produrre incanti.
      [...]
  • Estratti dalla postfazione di... Gabriella Montanari[+]
    UNA, NESSUNA, REDIVIVA
    di Gabriella Montanari:

    [...]
    "Nessuno sa niente, se non quello che i versi stessi vogliono darci da bere. Nessuno si accanisce per dare un colore d’occhi o di capelli a quei tormenti. Nemmeno dopo che la Marchesi vince, ex equo, con L’occhio dell’ala, l’edizione del 2004 del premio Viareggio, sezione Poesia. Premio del resto mai ritirato, né di persona, né tramite delega. [...] Nessuno l’ha mai vista, nessuno sa chi sia, non ha un recapito, impossibile rintracciarla. [...]

    Già, perché intanto Maria Marchesi è morta. Da quasi tre anni (gennaio 2012), morta e sepolta a Roma, mi si dice. Solo che all’Ufficio Decessi non risulta, da nessuna parte, in nessun loculo, in nessun vaso di terracotta della capitale. Ah, avrebbero riportato le sue ceneri in Friuli? Perché, stando a quanto riportato nella sua prima raccolta edita, Maria sarebbe nata in Veneto da padre friulano e madre lombarda. Da qualche parte ho annotato una data di nascita. 1925, agosto. Dove, non si sa, e il Veneto non è una pozzanghera. [...]

    Qui non siamo di fronte a un semplice caso di uso di pseudonimo. Queste due donne, una esistita ma incapace di scrivere, l’altra probabilmente mai esistita ma della quale restano versi di rara bellezza, in qualche modo si sono incrociate. Se non fisicamente, per lo meno nell’immaginario, nella mente, nella scrittura di un terzo. Roma e Santa Maria della Pietà sono forse il punto d’intersezione. [...]"
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... Maria Marchesi è una soggettività letteraria costantemente scissa in due entità psicologiche contrapposte: una che subisce violenza e l’altra che osserva. Gran parte delle poesie di Maria Marchesi devono il loro fascino al fatto che il soggetto parlante si divide in una mente che guarda e un corpo che patisce. ...
Nicola Ghezzani

“Non sono + mia” di Maria Marchesi: un’autrice senza volto, senza passato, senza identità

di Daniela Montanari
Chi sia Maria Marchesi se lo sono già domandato in tanti prima di questo momento: premio Viareggio 2004 per la poesia, nessuno ritira in verità il premio, né si farà, alcuno, portavoce. Le parole però ci sono, le odi, le sillogi, e vengono alla luce, nella stampa, due libri: “L’occhio dell’ala”, per Lepisma nel 2003 (che appunto vincerà il premio) e due anni dopo “Evitare il contatto con la Luce” sempre per Lepisma editore.

“Eppure. […] È lì che trovo / una bambola lercia e scucita ormai, / un piccolo alveare le cui api parlano / la mia lingua, e un cespo di rose canine / che profumano senza secondi fini.”
Ma partiamo dal principio, anni addietro, durante i quali in seguito al manifestarsi di una depressione, la poetessa – che ricordiamo avere ancora milioni di parole sparse tra i suoi cassetti -  la prima volta si fa ricoverare spontaneamente; successivamente invece andrà in maniera diversa, iniziano così, anche per lei, le vicende presso gli ospedali psichiatrici.

Gran parte dei suoi scritti fa riferimento proprio a quei cicli, a quel susseguirsi di giorni e violenza, di pastiglie e umiliazioni, menomazioni dell’anima. “Non sono più mia” raccoglie anche inediti incerti di dubbia provenienza ma non di dubbia poeticità. Le parole vibrano “Non sono più mia ormai e vorrei sbaraccare, / portarmi dietro le cose invisibili / che sono i pensieri però ancora intatti“; le immagini che proiettano le sue parole sono crude, vivono in latrine, non possono mai prendere il volo.

E quando finalmente, nel 1999, la sanità grazie alla legge Basaglia porta a termine la chiusura di tutti i manicomi, si respira sollevati: le violenze sui malati si possono dire definitivamente cessate.

Lo mostra Maria Marchesi, attraverso le lenzuola che solleva, fatte di parole macchiate di sangue, di dita nel culo di dottori più malati che sani, di tv, di sperma, di dolore, di lacci emostatici che non arrestano però la linfa di parole di cui è straripante. La poesia, con la Marchesi, non necessita di traduzioni; le parole sono impresse sulla carta già intrise del suo più profondo significato, e lasciano baffi e sgualciture, che costringono alla rilettura: leggerla una volta sola non basterebbe mai.

L’editore, nel rendere omaggio a una leggenda, compie un viaggio – dentro a se stessa e dentro ogni lettore rapito dalla Marchesi – e ne compie uno a latere, alla ricerca mai affranta di una vera identità che incarni in tutto e per tutto le liriche qui raccolte. Chi è dunque la Marchesi, quale passato cela, perché scrive, ha figli, ha un’omonima? Che cosa importa, di tutto questo, se a noi restano comunque le odi finalmente raccolte e date alla stampa in “Non sono più mia”?

Ora è nostra.

E io sono grata di aver letto tra i primi, nuove e vecchie parole, storie vere e non, fino a confondermi. Anche tu vuoi confonderti? Soprattutto:

“Ma tu sei vivo?”
oubliettemagazine.com, 3 gennaio 2015

La verità è una bestia feroce

di Rita Pacilio
L’inconscio emerge come un ardito controcanto alla lucidità tagliente e dissacrante dei muri della realtà in cui è reclusa. Mente e psiche si susseguono in forma ambivalente e contraddittoria, ma pur sempre con una forza eversiva straordinaria capace di aprire la visione a forme del quotidiano, imbrogliate e inaspettate, inquietanti e feroci. Marchesi rompe gli argini della stereotipia rassicurante della casa di cura e ne denuncia, attraverso le descrizioni di azioni comportamentali, che si moltiplicano nei luoghi di accoglimento del disagio mentale, l’incongrua comunicazione, il sopruso ripetuto. Eppure c’è chi ci legittima a pensare che il genio creativo è il compagno fedele di stanza da cui parte l’equivoco dell’invenzione/percezione dei fatti. Il linguaggio poetico, è vero, può essere inteso come la contrattazione comunicativa tra ciò che si sente e ciò che si dice auto-regolando e, allo stesso tempo, etero-regolando la comprensione tra l’interiore e l’esteriore. L’autrice borderline determina il suo ragionamento emotivo analizzando, generalizzando e poi codificando ogni sua sensazione/impressione: dà un nome alle cose e alle esperienze, ogni immagine viene ordinata e tradotta in un sostantivo o in un aggettivo che urla il problema delle donne degenti usate per il piacere sessuale. La voce si trasforma in foglio scritto in cui il teatro probante è destinato a restituire il contenuto sintattico e figurato della violenza fisica e mentale consumata tra i vincoli architettonici di un Istituto psichiatrico. Per assurdo il senso del linguaggio connotativo si trasforma in significato denotativo, infatti le atmosfere impalpabili vengono strutturate attraverso l’operazione accuratissima di un resoconto materico assolutamente personale, dichiarato e non impersonale. Il costante disagio psichico diverge sempre più in un fenomeno drammaticamente schizofrenico che tenta di acquisire gli stimoli dolorosi e mortificanti in modo naturale, logico e ordinato perché la mente creativa scava dall’interno sapendo condurre un’indagine a freddo divaricando lo sdegno degli episodi del vero. Questa è la strada pericolosa, quella che rievoca la ribellione contro la coercizione, contro la nerezza del male inferto. Il lucido sarcasmo pensante di Maria Marchesi risulta invettiva contro la realtà esterna che duole e sa manipolare mente/corpo (Ti darò la morfina se non cedi) anche se, nonostante tutto, la donna violata è in grado di riconoscere il bello delle cose (… un davanzale/ con un vaso fiorito, con tre rose profumate./ Il profumo è di tutti). Studiosi ritengono che alcune patologie mentali legate alla depressione siano reazioni emotive normali perché aiutano l’individuo ad adattarsi a situazioni mutate quindi a ritrovare il senso smarrito. Si ispira e si incarna in una coscienza arresa, rassegnata: si osserva nei giorni bianchi (bianco è il colore che dichiara di vedere) individuandosi ‘sovvertimento della sovversione’. Come è possibile, però, non sentirsi vittima quando si è impotenti di fronte alla sopraffazione e alla violenza? Come si può accontentare il bisogno di dispiegare la propria autentica personalità quando si è senza via d’uscita? Per Deleuze la grande battaglia è quella di dimostrare che non c'è alcuna opposizione tra le parole e le cose, tra i segni e le cose, per questo Maria Marchesi oscilla tra lo stato di salute e il suo altro frequentando la scrittura poetica come atto di lotta ostinata ed esagerata e non come luogo di fallimento o di sconfitta. La poesia,unica complice di Marchesi, (sono amica/ dei poeti) conserva un universo di segnali capaci di capovolgere il modus di agire prevaricante nei confronti del debole. La drammaticità di questa raccolta ci porta a smascherare paradigmi sociali, spesso retaggio di una cultura perbenistica, che non vuole guardare il coltello dalla parte della lama. Marchesi se ne appropria sacrificando il moralismo da quattro soldi: scrive senza compromessi della sua infelice e tragica permanenza in un ospedale per malati di mente. Diventa lei stessa la metafora per eccellenza, sangue sacrificale o bastone per colpire i covi di vipere vestiti di bianco che celano il disumano, il deviante. I mondi paralleli si incrociano, si sfidano e nonostante l’autrice si difende con la spada in pugno/ ben affilata la storia del maschio prevaricatore si ripete, in modo feroce, accanito, senza scampo.
Imperfetta Ellisse - blog di poesia e altro, 7 gennaio 2015